Domani.

E’ per domani, lo so, lo sento dentro di me. Mi restano 24 ore, forse poco più. Poi… poi toccherà anche a me… dopo gli altri, come gli altri.

Ma io lo so e vi avevo avvisato! Ve l’ho raccontato mille volte in mille modi diversi. Non mi avete creduto. Mi avete scrutato, esaminato, sottoposto a ogni genere di esame e di controllo medico: niente, non avete trovato niente che non andasse in me, solo una leggera ernia inguinale che non sospettavo neanche di avere, figuriamoci! Eppure, nonostante ciò avete continuato a non credermi, avete pensato che fossi impazzito, che la mia mente avesse ceduto all’improvviso alla follia. Non avete mai neanche provato a prendere in considerazione le cose che dicevo, avete piuttosto preferito rinchiudermi qui, in questa stanza isolata dell’infermeria, controllato, spiato, guardato a vista. Perfino compatito. Perché è pena, compassione, quella che vedo negli occhi curiosi di chi si inventa improbabili malanni per passare di qui e lanciarmi un’occhiata.

Qui ho passato le ultime ore, in attesa dell’inevitabile. Manca poco, domani sarà la fine, ne sono certo. Succederà come con gli altri: condannato da un’entità che neanche conosco per un crimine che non ho commesso. Diamine, non so neanche cosa mi succederà di preciso, di certo so solo che sarà la mia fine, la mia fine qui su Alpha e nei ricordi dei miei amici: com’è capitato agli altri, domani toccherà a me.

Ho promesso alla dottoressa Russell che me ne starò buono e tranquillo, che non le darò noie. Anche lei non mi crede, come tutti gli altri del resto, e spera che un po’ di riposo in infermeria possa restituirmi il senno che crede io abbia perduto. In cambio le ho chiesto di non sedarmi, di lasciarmi lucido. Mi ha guardato a lungo, con uno sguardo indagatore, per capire se mentissi, se avessi intenzione di fare qualcosa. Fare qualcosa… certo, ma cosa? Cosa mai potrei fare? Dove potrei andare? Sul pianeta? E che ci vado a fare? Ci sono già stato, su quel pianeta, e non c’è niente su quel maledetto sasso, niente di niente di niente di niente!

L’unica cosa che so è il destino che si compirà domani, lo sento incombere su di me, mi attende maligno oltre il muro della prossima notte. Non mi avete creduto! Perché? Perché non mi avete creduto? Io non sono pazzo, non sono pazzo, dovete credermi, dovete…

Calmo, devo stare calmo. Ho chiesto alla dottoressa Russell carta e penna. Domani non ci sarò più e per tutti sarà come se non ci fossi mai stato. Ho pensato di scrivere in queste ultime ore tutto quello che è successo negli ultimi tre giorni, da quando la Luna è entrata nel raggio di azione di quel maledetto pianeta. Sì… è allora che è cominciato tutto. Racconterò per filo e per segno quello che è successo in queste ultime settantadue ore, con tutta la precisione di cui sono capace, come se scrivessi un romanzo. Domani, quando non ci sarò più e tutto il mio mondo sarà svanito insieme a me, questo scritto sarà tutto quello che resterà. Voglio credere, devo credere che almeno questo resterà, che questi fogli racconteranno non solo la mia, ma la nostra storia, la storia di noi quattro. Non so se mai un giorno la verità uscirà finalmente fuori, ma devo almeno provarci. Lasciare una testimonianza scritta. Non mi fido dei computer, non più, non dopo quello che è successo.

E’ buffo… non scrivo una lettera con la carta da quando ero un ragazzino, da quando ero un piccolo ragazzino brufoloso di belle speranze che intrecciava filarini con tutte le bambine che incontrava. Ed ora alla carta affido la mia ultima speranza, l’ultima speranza di essere ricordato, che qualcosa di me e di questa folle storia mi sopravviva. Racconterò per l’ennesima volta questi tre ultimi incredibili giorni e poi… poi sarà quello che deve essere.

Io sono il capitano Alan Carter. Sono nato il 19 dicembre 1966 nel Nuovo Galles, in Australia. Nel 1997 sono stato il terzo uomo a mettere piede su Marte e l’anno successivo ho condotto una missione verso Venere. Il 14 giugno 1999 sono stato assegnato alla Base Lunare Alpha con il ruolo di capitano della squadriglia di Aquile, al servizio del comandante Gorski prima e del comandante John Koenig dopo. Capitano. Questo è il grado, questo è il mio ruolo qui, su Alpha.

A voi che vi apprestate a leggere, solo un avvertimento: forse vi sembrerà follia, quello che troverete in queste pagine, forse non riconoscerete neanche il mio nome, o quello degli altri o molti degli avvenimenti. Eppure quella che segue è tutta la verità, parola per parola.

 

A quattro giorni dalla fine

Entrai in Sala Comandi mentre i volti di tutti erano rivolti verso lo schermo. John Koenig, alle spalle del vicecomandante Paul Morrow, lo scrutava più torvo degli altri. Eppure la visuale non mostrava niente di particolare, solo l’immagine di un sistema stellare con undici pianeti verso il quale la Luna si stava dirigendo. Nulla di particolarmente insolito.

“Sandra?” chiamò il comandante, rivolto alla giovane capo-analista dati. “Il computer ha dato il responso?”

“Sì, comandante.” La ragazza diede un ultimo sguardo alla mole di dati sul suo monitor di servizio, che il computer continuava ad aggiornare in ogni momento. “Il computer conferma che la Luna passerà vicino al quarto pianeta di quel sistema stellare. Tuttavia, non sarà abbastanza vicino per permettere l’ingresso del satellite nella sua orbita.”

“Grazie, Sandra. Kano, quanto tempo abbiamo? Per quanto il pianeta sarà nel raggio d’azione delle Aquile?” chiese ancora Koenig.

Il giamaicano si avvicinò al computer centrale e trasmise l’interrogativo del comandante direttamente sulla tastiera della macchina, manovrando i pulsanti con competenza. Non ho mai capito come facesse a raccapezzarsi in quel mare di tasti anonimi e manopole, all’apparenza tutti uguali. Ma Kano sapeva il fatto suo, come tutti qui su Alpha, e il computer rispose con una sottile strisciolina di carta emessa da una fessura. Lui la prese e la interpretò in silenzio, poi disse, aggrottando la fronte: “Poco più di quattro giorni, comandante. Il pianeta sarà nel nostro raggio di azione per novantotto punto sei ore. Passeremo veloci”.

“Non ci lascia molto tempo”, borbottò Koenig, sottovoce. Affianco a lui si era avvicinato il professor Victor Bergman, ma il comandante lo ignorò. “Paul”, disse rivolgendosi al vicecomandante, “telesonda sul quarto pianeta. Diamo un’occhiata”.

“Sì, comandante.” L’uomo agì su alcuni comandi della sua consolle e l’immagine dello schermo cambiò. Un pianeta grigio, tetro e ostile quanto può esserlo una sfera gigantesca di roccia torreggiava ora sulla Sala Comandi. Il pianeta era ancora lontano e quindi l’immagine non era sufficientemente definita: tuttavia era chiaro che il pianeta era del tutto privo di mari e oceani. Sembrava un ambiente totalmente roccioso, arido e brullo.

“Beh, non è certo come la nostra Terra”, dissi, spezzando la tensione crescente di quel momento. Feci qualche passo per guadagnare una posizione dalla quale poter guardare lo schermo più comodamente. “Sembra un enorme sasso spaziale”, aggiunsi ridacchiando.

“Già, un sasso”, rispose il comandante, “ma anche un sasso può esserci utile. Sandra, analisi completa del pianeta. Voglio tutto quello che il computer potrà dirci: atmosfera, forme di vita, minerali… tutto.”

“Bene, comandante”, rispose la ragazza. “Niente forme di vita, né animali né vegetali, o almeno non come le conosciamo noi. Atmosfera… azoto, in massima parte… poi ammoniaca e anidride carbonica… percentuali minori di altri gas. Niente ossigeno. Certamente letale. Gravità zero punto nove, prossima a quella terrestre. Per i minerali ci vorrà del tempo, comandante, la Luna è ancora troppo lontana per i sensori della base.”

“Bene, Sandra, grazie. Victor”, disse rivolgendosi infine all’uomo alla sua destra, “che ne pensi?”

L’anziano professore si strinse nelle spalle. “Ben poco, John. Alan ha ragione, sembra proprio un sasso. Un sasso enorme. Di certo è poco invitante”, concluse.

“Già”, rispose il comandante, “su questo non c’è dubbio. Tuttavia, non possiamo permetterci di ignorare neanche un sasso. Potrebbe essere ricco di titanio, o altri minerali che potrebbero farci comodo. Quattro giorni sono pochi, però, specie se dovremo lavorare in quella specie di atmosfera. Non possiamo perdere tempo. Alan”, disse quindi rivolgendosi a me, “prendi un’Aquila laboratorio, Paul sarà il tuo copilota. Sandra, dai computer dell’Aquila potrai analizzare il pianeta e il suo sottosuolo più rapidamente e con maggiore precisione. Victor, vorrei che andassi anche tu. Scopri tutto quello che c’è da sapere su quel… sasso.”

“Bene, comandante”, risposi, quasi all’unisono con gli altri. “Vado subito a preparare Aquila 4. Ci vorranno solo pochi minuti.”

“Grazie, Alan”, disse il comandante. “Avvicinatevi quanto è necessario per una ricognizione visiva, ma non scendete sulla superficie. Raccogliete tutti i dati e poi tornate a riferire. Se dovremo organizzare una spedizione mineraria avremo poco tempo a disposizione. Io sarò nel mio ufficio.”

Detto questo il comandante aprì con il commlock le porte del suo ufficio e vi entrò. Da parte mia, stavo già imboccando la porta della Sala Comandi, diretto verso l’hangar delle Aquile. Con la coda dell’occhio vedevo che Paul, Sandra e Victor stavano preparando le loro carte per seguirmi.

Il quarto pianeta aveva chiamato quattro di noi a bordo di Aquila Quattro. Questa coincidenza mi appare ora come un oscuro presagio: quattro, quattro, quattro… allora non lo sapevo ancora, ma erano quattro anche i giorni che ancora mi restavano. Quattro volte quattro.

Qualche ora dopo, eravamo nei pressi del pianeta, prossimi a portarci in orbita. Avevo sforzato un po’ i motori dell’Aquila, interpretando il senso di urgenza contenuto nelle parole del comandante, ma il pianeta era ancora lontano dalla Luna e il viaggio era stato lungo. Paul, di fianco a me, controllava gli strumenti: qualsiasi cosa era meglio della vista desolante della superficie di quel mondo. Si vedeva una terra rossiccia con chiazze brunastre, formata evidentemente in prevalenza da rocce e sabbia. La superficie non sembrava affatto uniforme, ma era piuttosto frastagliata e ricca di montagne aguzze. In realtà montagna non era la parola adatta: si trattava piuttosto di ripidi ed enormi pinnacoli di roccia che si ergevano, minacciosi, dalla superficie, enormi e imponenti, come a sfidare il cielo. Neanche la Death Valley sulla Terra, in California, offriva uno spettacolo così squallidamente arido. La vista di quella superficie incuteva un sottile senso di inquietudine in tutti noi.

“Bello, vero?” dissi, canzonando Paul.

“Già”, rispose lui amaramente. “Credo che sia la prima volta che sono contento di trovare un pianeta non adatto alla vita umana. Pensa se ci fosse stato ossigeno, se l’atmosfera fosse stata respirabile. Pensa a vivere qui…”

“Preferisco mille volte Alpha”, dissi a mia volta. Rabbrividii, guardando quel desolante spettacolo. Da quell’altezza, i pinnacoli di roccia sembravano gigantesche spine irte sulla superficie del pianeta. Come se quel mondo alieno fosse un gigantesco mostro con gli aculei piantati sul dorso... Mi scossi: “è solo uno stupido panorama alieno”, pensai tra me e me.

Il cicalino di una chiamata in arrivo ruppe definitivamente il corso dei miei pensieri. “Chiamata da casa”, dissi a Paul, allegramente, felice di poter posare gli occhi altrove. “Sì, Alpha, qui Aquila 4, vi riceviamo.”

Il volto di John Koenig comparve nei due piccoli monitor dell’abitacolo. “Alan, ci siete?”

“Sì, comandante, siamo qui da pochi minuti. Siamo in orbita esterna e stiamo… guardando il panorama.”

“Notizie da Victor e Sandra?” chiese il comandante.

“Ancora nulla”, rispose Paul. “Staranno analizzando i dati. Siamo arrivati veramente da poco, comandante, il viaggio è stato lungo.”

“Bene, Paul. E’ davvero brutto come sembra?”

“Ehm…” intervenni a mia volta, “non ce l’ha un’altra domanda, comandante?”

Koenig sorrise. “No, Alan, ma è come se mi aveste risposto. Rimaniamo in attesa, Alpha chiude.”

La comunicazione si interruppe, lasciandoci di nuovo in compagnia di quello spettacolo. “Sai una cosa, Paul?” dissi. “Mi sta venendo sete. Vado dentro a prendere qualcosa da bere, così controllo anche che dicono di là. Tu mantieni l’orbita. Vuoi che ti porti qualcosa?”

“Mi hai preceduto di un secondo, vigliacco!” scherzò Paul. “Portami una birra ghiacciata, se la trovi.”

Slacciai le cinture di sicurezza e mi alzai nell’abitacolo, sgranchendo le gambe. “Una birra? Posso vedere se trovo giù un miraggio che ne abbia!” esclamai, avviandomi verso la paratia di separazione con il modulo laboratorio.

“Però, lo sai che potrebbe essere un’idea? Abbiamo le culture idroponiche, su Alpha, ci vorrebbe solo qualcuno che provi a coltivare il luppolo e a produrre una birra… in fondo basterebbe…”

Lasciai Paul alle sue farneticazioni sulla birra ed entrai nell’ampio modulo laboratorio. Molte delle dotazioni standard dei moduli classici delle Aquile erano state rimosse e allo spazio guadagnato in questo modo si univa l’ulteriore spazio ottenuto grazie alle due protuberanze trapezoidali poste, l’una di fronte all’altra, sui lati lunghi del modulo stesso. Vi trovavano posto laboratori scientifici e di analisi perfettamente attrezzati e computer specifici per l’analisi a distanza e di campioni. Sandra e Victor sedevano in due postazioni affiancate, di fronte ai monitor accesi. I computer lavoravano a pieno regime.

“Come va?” chiesi timidamente.

Sandra fece un gesto rassegnato. “I dati cominciano ad arrivare… ma c’è ben poco da dire. Confermano l’impressione visiva che abbiamo avuto tutti. E’ un pianeta composto praticamente solo da silicio. Sabbia, rocce, sassi…” si interruppe, per dare un’occhiata ad un nuovo risultato che il computer le aveva reso disponibile. “Niente, non c’è niente! Niente ferro, niente rame… niente metalli! Non ho mai visto nulla del genere!”

“Un po’ d’oro, d’argento almeno?” chiesi, scherzando.

“Sii serio, Alan”, mi rimproverò bonariamente lei. “Non c’è nulla di interessante, figuriamoci il titanio che il comandante sperava di trovarci!”

“Chissà quando gli presenteremo il rapporto sul carburante sprecato per arrivare fin qui e per tornare indietro”, dissi imitando un finto brivido sul corpo. Notai a stento un’ombra di preoccupazione sul volto della ragazza. “Che altro c’è, Sandra?” chiesi, tornando serio.

Lei si volse per la prima volta verso di me, guardandomi con i suoi grandi occhi scuri. “Non ho mai visto nulla del genere”, ripeté. “Io… io… non lo credevo neanche possibile, un intero pianeta fatto di… di sabbia!”

“Su, su… coraggio”, la consolai, “vedrai che la prossima volta troveremo un pianeta di acquamarina e lapislazzuli!” Spostai lo sguardo su Victor, che per tutta la nostra conversazione si era mantenuto serio a guardare i dati, lo sguardo fisso, pensieroso.

“Sandra ha ragione”, disse il professore. “Questi dati non hanno senso!”

“Come sarebbe, non hanno senso?” chiesi, incuriosito.        

“Vedi, Alan, un pianeta deve avere un nucleo duro, compatto, spesse volte ferroso, come quello di Marte ad esempio, oppure di nikel e ferro, come quello di Mercurio. Poi un mantello, che a seconda dei casi può essere di silicati, ma anche di idrogeno metallico, come nel caso di Giove e Saturno. Urano, al di là di un nucleo roccioso solido, ha un mantello di acqua, ammoniaca e metano ghiacciati e gassosi. E poi c’è la crosta, che denota una variabilità di componenti ancora maggiore. Qui… qui, non c’è niente, solo silicati! Assomiglia vagamente a Marte, ma Marte ha un nucleo di ferro.” Il professore si interruppe, un po’ a disagio. “Non so, Alan, è un po’ strano… anche quei pinnacoli, lascerebbero pensare ad una composizione un po’ più elaborata di pura e semplice roccia.”

“Mi scusi, professore”, lo interruppi. “Ma qui non siamo nel Sistema Solare, non potrebbero valere altre regole, altre leggi?”

“E’ vero, Alan, non siamo nel Sistema Solare, ma siamo sempre nella stessa galassia del nostro Sistema Solare. Il materiale originario di cui è composta questa parte di universo una volta si trovava addensato, prima del Big Bang: è opinione scientifica diffusa che i vari corpi celesti della nostra galassia siano formati tutti dai medesimi elementi: in proporzioni diverse, certo, dove qui c’è più ferro, lì c’è più idrogeno metallico e là ci sono più silicati. Ma trovare un pianeta composto solo ed esclusivamente da silicio è… non so, è un’anomalia, ecco.”

Mi strinsi nelle spalle. “Non saprei, professore, a me sembra solo un gigantesco sasso in orbita intorno a una stella. Comunque c’è qualcosa che si può fare per provare a chiarire questa… anomalia?” chiesi.

“Anche l’atmosfera… azoto e ammoniaca…” il professore non mi aveva proprio sentito, parlava quasi tra sé. “Beh, almeno non è tutto azoto! Alan, possiamo penetrare l’atmosfera? La percentuale di azoto è sufficientemente alta per permetterci di entrare senza rischio di combustione. Vorrei dare un’occhiata più da vicino alla superficie.”

Stentavo a credere alle mie orecchie, comunque risposi semplicemente: “Certo, come no?” dirigendomi verso l’abitacolo di comando dell’Aquila. Il professore sembrava non aver notato la mia intemperanza, aveva lo sguardo perso tra i dati e lo sentii borbottare “Pazzesco” mentre con la mano destra si grattava la fronte, come faceva sempre in presenza di un problema al quale non riusciva a trovare una soluzione.

Tornai da Paul e lo trovai con gli occhi chiusi, appoggiato allo schienale. “Sveglia!” esclamai a voce più alta del necessario.

Paul trasalì. “Sì, io stavo…”

“Sì lo so, stavi meditando”, lo interruppi ridacchiando e rimettendomi al mio posto.

“Ce ne andiamo?” chiese Paul, speranzoso.

“Macché”, risposi. “Il professor Bergman e Sandra, lì dentro, non riescono a credere che questo pianeta sia così brutto come sembra. E quindi lo vogliono vedere meglio in faccia. Scendiamo a dare un’occhiata.”

“Sta bene”, disse Paul, regolando le cinture per l’ingresso nell’atmosfera. “Contenti loro…”

Riaccesi i motori principali di spinta e portai l’Aquila all’interno dell’atmosfera del pianeta. Man mano che scendevamo lo spettacolo, da brutto che era, divenne semplicemente allucinante. I pinnacoli, che tali apparivano dall’orbita, divennero degli enormi e acuminati spuntoni di roccia, altissimi ed affusolati. Il cielo era plumbeo, scuro come se fosse pieno di nuvoloni temporaleschi… se solo ci fosse stata acqua, su quel pianeta. Il terreno era rossastro, sabbioso. Ovunque, a perdita d’occhio, si vedevano solo rocce e sassi, sassi e rocce, e di quando in quando gli enormi pinnacoli che svettavano verso il cielo. Sarebbe anche potuto essere uno spettacolo affascinante, ma non ero dell’umore adatto per accorgermene.

Si sentì di nuovo il cicalino del computer. C’era un’altra chiamata in arrivo, ma questa volta proveniva dal modulo laboratorio. Quando accettai la chiamata, il volto del professor Bergman riempì lo schermo.

“Alan, vorrei scendere ancora un po’. Puoi trovare una zona più sgombra da questi… cosi?”

Sorrisi. Allora anche il professore era impressionato come me! “Certo professore”, risposi, di nuovo di buon umore.

“Laggiù”, disse Paul, indicando a nord-est. C’era una specie di radura, circondata da pinnacoli più bassi degli altri. L’Aquila raggiunse il posto agevolmente.

“Guardi, Alan, guardi giù. Cosa vede?” chiese la voce del professore.

“Cos… Cosa vedo? Sabbia, roccia, sassi, professore. Che dovrei vedere?”

“Ci sono anche… covoni di sterpaglie”, disse Paul, sorpreso. “Come quei covoni che si creano nel deserto e che vengono trasportati dal vento, rotolando sul terreno.”

“Precisamente”, confermò Bergman. “E che altro?”

“C’è… c’è vegetazione!” esclamai. “Vedo una strana pianta, con i rami sottilissimi, quasi dei fili invisibili che terminano con un fiore… o forse è una foglia, di colore azzurro! E lì… lì c’è un’altra pianta strana, spinosa, con dei fiori rossastri o una roba del genere…”

“Già”, sentii la voce di Bergman. “Strano, non trovate? Di cosa possono nutrirsi, queste piante? Di sabbia? E guardate ancora, vada un po’ più a nord, capitano… ancora un po’… ecco, ci siamo!”

“Una pianta con foglie verdi!” esclamò Paul, comprendendo il significato di quell’affermazione.

“Foglie verdi, esatto, Paul”, gli fece eco il professor Bergman. “Bene, Alan, qui abbiamo finito. Abbiamo raccolto tutti i dati che potevamo e fatto tutti i rilevamenti. Torniamo alla base.”

“Bene, professore”, dissi tirando su la cloche e impostando sul computer la rotta per uscire dall’atmosfera. “Si torna a casa”, dissi con malcelata soddisfazione e chiusi la comunicazione con il modulo. Quel pianeta, malgrado la recente scoperta, continuava a non piacermi affatto e l’idea di tornare finalmente su Alpha mi riempiva di soddisfazione, anche se ci aspettavano nuovamente alcune ore di viaggio. Sorrisi a Paul, che ricambiò il sorriso. Anche lui era contendo di vedere, finalmente, quel pianeta solo nelle immagini che provenivano dalla poppa della nave.

Quando tornammo su Alpha, il turno notturno aveva già preso servizio. Non ho mai capito bene l’esigenza di mantenere distinti il turno di servizio diurno e quello notturno, come se fossimo ancora in orbita intorno alla Terra, come se il Sole governasse ancora l’alternarsi del giorno e della notte. La dottoressa Russell una volta cercò di spiegarmi dei cicli circadiani dell’organismo, della loro importanza per il corretto sviluppo psico-fisico e per la salute mentale di ognuno di noi, ma io sono un pilota, non un medico, e personalmente penso che un po’ più di flessibilità potrebbe essere utile, nella nostra situazione particolare. In fondo, non è detto che gli eventi rilevanti per la nostra comunità di naufraghi debbano presentarsi tutti per forza durante il ciclo diurno e, personalmente, dormo più tranquillo quando so che il comandante Koenig e il professor Bergman sono di servizio in Sala Comandi.

Comunque, quando Aquila 4 si posò docilmente sulla rampa di lancio numero 2 e il tubo telescopico si collegò al modulo permettendo ai passeggeri del velivolo di sbarcare, alzandomi dalla poltroncina dell’abitacolo e dando una vigorosa pacca sulla spalla destra di Paul, che mi aveva preceduto di qualche attimo, sapevo una cosa sola: che stavo morendo di sonno. Sbadigliai rumorosamente ed imboccai il condotto come un treno.

John Koenig evidentemente la pensava come me, sul ciclo notturno e quello diurno, perché era lì ad attenderci.

“Ben tornati”, esordì. “Allora?” Koenig era uno che non si perdeva in convenevoli, quando aspettava notizie importanti.

“Le rivelazioni dei computer dell’Aquila e le analisi cui abbiamo sottoposto il pianeta tramite i sensori sono deludenti, comandante”, rispose prontamente Sandra. “Il pianeta sembra costituito integralmente di silicio.”

“Silicio?” disse Koenig. “Vuoi dire… sabbia?”

“Sì, comandante, sabbia. E rocce, sassi… cose del genere. Il computer non ha rilevato presenza di titanio né di metalli di sorta, neanche a grandissime profondità. Non credo che potremo tirarci fuori niente di utile”, concluse con un sospiro stanco.

“Bene, Sandra, grazie.” Il comandante appariva visibilmente deluso. “Domani metterà ordine tra i dati e mi farà avere un rapporto completo. Ora vada a riposare”, disse sorridendole.

“Senz’altro, comandante, grazie e buonanotte”, augurò la ragazza allontanandosi.

“Un pianeta di silicio… incredibile”, riprese Koenig a bassa voce. “Che aspetto ha?”

“E’ un incubo, comandante”, rispose Paul, al mio fianco. “Un mondo intero secco come un deserto, con dei pinnacoli di roccia stretti e lunghi che ci stagliano altissimi sulle dune di sabbia. Non sono vere montagne, sembrano più aghi. Fa venire i brividi.”

Il professor Bergman annuiva, meditabondo. “Victor?” lo incitò il comandante. “Vuoi aggiungere qualcosa?”

“Non so bene ancora, John. Dimmi, Helena è andata a dormire?”

“Helena? Sì, credo di sì…” Koenig consultò il suo cronometro da polso. “Credo che abbia staccato almeno due ore fa. Perché me lo chiedi?”

“Probabilmente non è niente di importante, John. Solo qualcosa di cui vorrei discutere con lei. Il pianeta presenta un’insolita conformazione geologica e vorrei un suo parere… E magari anche quello di Bob Mathias, so che è un bravo chimico.”

“Beh, sì, Victor. Magari domattina, a questo punto non vedo più una particolare urgenza. Un pianeta di silicio non è proprio quello che ci servirebbe di più, in questo momento. Ma dimmi qualcosa di più, che cosa ti lascia perplesso?”

“E’ solo che…” esitò un istante. “Paul ha ragione, John, quel pianeta è un vero incubo. Ed ha ragione anche Sandra, non credo che abbia niente da offrirci e una sua colonizzazione da parte nostra è fuori discussione.” Non so perché, ma sentir puntualizzare questo risultato della nostra missione, per quanto fosse ovvio, mi fece sentire immediatamente più rilassato. “Tuttavia c’è qualcosa che mi incuriosisce. Non è proprio tutto sabbia e roccia, laggiù, c’è anche qualche sporadica forma di vita vegetale.”

“Forme di vita vegetale? Vuoi dire piante?” Il comandante si piantò a gambe larghe davanti a lui, le braccia incrociate, improvvisamente interessato.

“Non direi proprio piante, John”, precisò il professore. “Direi piuttosto arbusti, piccoli cespugli selvatici. Sono molto radi, comunque, non stiamo parlando certo di oasi nel deserto.”

“Sì, comandante, li ho visti anche io”, intervenni a mia volta, ansioso di dare un minimo contributo a quella discussione. “Covoni di sterpaglie portati dal vento ed un paio di arbusti selvatici, uno dei quali con delle buffe foglie di color azzurro intenso.”

“Aspettate un momento, tutti e due. L’analisi iniziale di Sandra aveva escluso l’esistenza di forme di vita, animale e vegetale.” Il comandante rimarcò con la voce l’ultima parola.

“Sì, John, ma aveva escluso l’esistenza di forme di vita come noi le conosciamo. In questo pianeta a base di silicio e non di ferro e rame le cose possono essere diverse”, rispose Bergman.

“Aspetta un momento, Victor. Non mi stai parlando di una forma di vita intelligente basata sul silicio, vero? Il sogno di tutti gli scrittori di fantascienza di bassa lega?”

Il professor Bergman ridacchiò. “No, John, non ci credo più di quanto ci creda tu stesso. Per questo ti dicevo che probabilmente non è nulla di importante. Quell’inferno di pianeta non può essere abitato, a meno di non voler credere che quei pinnacoli abbiano cuore e anima. No, è solo una curiosità scientifica, capire come questi vegetali abbiano potuto svilupparsi… beh, svilupparsi forse è una parola grossa. Come facciano a vivere, diciamo, di cosa si nutrano, cose del genere. Di questo voglio parlare con Helena. Per poi valutare eventualmente, quando passeremo più vicino al pianeta, la possibilità di andare a prendere qualche campione di questi strani vegetali, ma sempre solo per colmare una curiosità scientifica, John, niente di più.”

Il comandante appariva sollevato. “Sta bene, Victor. Allora ci aggiorniamo a domani mattina” disse. Poi, rivolgendosi a me e Paul: “Ottimo lavoro, signori. Ora andiamo tutti a dormire, ne riparliamo più tardi.”

“Sì, comandante, buonanotte”, risposi.

Ci salutammo cordialmente e ci separammo, ognuno per raggiungere i propri alloggi. Vagabondai più del dovuto tra i corridoi di Alpha; ho tutt’ora il sospetto di non aver preso la strada più breve per arrivare al mio alloggio, tanto mi sentivo spossato. Ero già mezzo addormentato quando finalmente lo raggiunsi. Mi buttai sul letto ancora vestito e mi addormentai quasi immediatamente.

Tuttavia non dormii affatto bene, quella notte. Alle volte, quando si è troppo stanchi, si dorme peggio di quando si è più riposati. Mi giravo e rigiravo nel letto e il mio sonno fu inquieto, pieno di oscuri presagi e brutte sensazioni. L’aspetto così fortemente alieno di quel pianeta mi aveva profondamente turbato, molto più di quanto io stesso fossi stato disposto ad ammettere. Il mio sonno fu pieno di visioni desertiche, di panorami brulli, di oscuri pinnacoli più alti del cielo e di un senso insopprimibile di angoscia e di disastro incombente.

E le notti successive sarebbero state enormemente peggiori di quella.

 

A tre giorni dalla fine

La mattina seguente, come c’era da aspettarsi, mi svegliai quasi più stanco di quando ero andato a dormire. Mi tirai su stancamente, con le mani mi ravvivai i capelli e solo allora mi accorsi che indossavo ancora l’uniforme del giorno prima.

Mi spogliai e andai a fare la doccia. Di solito sono veloce, ma quella volta mi muovevo a rilento e ci misi un’eternità. Quando ne uscii non ero un uomo nuovo, ma nel complesso mi sentivo meglio. Dall’armadio presi una divisa pulita e buttai i panni sporchi in un angolo. Non sono mai stato un uomo particolarmente ordinato. Mi pettinai e mi tagliai la barba, quindi uscii dal mio alloggio diretto verso la Sala Comandi. L’orologio del primo commpost che incontrai segnava le 08:47, avevo ben più di mezz’ora di ritardo sull’inizio del mio turno. Speravo che il comandante avrebbe compreso.

Durante il tragitto accelerai il passo, ma non per recuperare il ritardo, sapevo che quello sarebbe stato inutile. Ero invece curioso di assistere alle discussioni tra il professor Bergman e la dottoressa Russell, a proposito di quelle anomalie che il professore aveva rilevato, il giorno prima, sul pianeta.

Quando entrai in Sala Comandi, tutti erano già al proprio posto, intenti ognuno alle proprie mansioni. Il vicecomandante Paul Morrow alzò lo sguardo verso di me: “Buongiorno, Alan”, mi disse cordialmente a nome di tutti.

“’giorno, Paul”, risposi di rimando. “Buon giorno a tutti, scusate il ritardo.” Mi avvicinai alla postazione di Sandra. Una tazza di caffè fumante era appoggiata sul suo tavolo, a sinistra della tastiera.

“Buon giorno anche a te, dolcezza, com’è il caffè?” le chiesi. Poi, senza lasciarle neanche il tempo di rispondere afferrai la tazza e la sorseggiai, quindi ne bevvi avidamente il contenuto. “Ah, nero e forte, come piace a me”, commentai.

“Prego, accomodati”, disse lei con un sorriso. Benedetta ragazza, aveva un cuore d’oro. Sembrava debole e spaurita, e in effetti si spaventava facilmente. Eppure era sempre là, in prima linea, con le sue capacità si era guadagnato il ruolo di capo analista e nessuno si sognava di metterlo in discussione. Non so di preciso quando Sandra è stata assegnata alla Base Lunare Alpha, per me c’è sempre stata. Povera ragazza… è quella che mi manca di più…

Il comandante Koenig uscì dal suo ufficio, impeccabile come sempre. Proprio l’opposto di quello che dovevo essere io in quel momento, pensai. “Buon giorno, Alan”, mi disse anche lui, quando mi vide appoggiato alla postazione di Sandra.

Deglutii velocemente il caffè che avevo ancora in bocca e mi avvicinai a lui, la tazza di Sandra tra le mani. “Buon giorno, comandante. Allora, mi sono perso qualcosa? E’ già cominciato il summit scientifico?”

Il comandante si avviò verso Paul, prendendo tra le mani un rapporto che lui gli stava porgendo. “Summit? Che summit?” mi chiese.

“Quello con la dottoressa Russell a proposito della missione di ieri, comandante. I dati insoliti rilevati sul pianeta, ricorda, ne abbiamo parlato… questa notte, di ritorno dalla missione.”

“La ricognizione sul pianeta di sabbia? Sì, certo, Alan, ma di che dati insoliti sta parlando?”

“Quelli che Sandra e il professor Bergman hanno raccolto durante la ricognizione sul pianeta. Il professore aveva manifestato l’intenzione di parlarne con la dottoressa, stamattina.”

“Il professor… chi?” Koenig distolse lo sguardo dal rapporto di Paul e mi lanciò uno sguardo curioso.

“Il professor Bergman!” esclamai. “Voleva discutere con la dottoressa Russell dei dati, a suo dire curiosi, che aveva raccolto sul pianeta durante la nostra missione di ricognizione.”

“Sì, Alan, questo l’ho capito”, rispose. “Quello che non ho capito è chi sarebbe questo professor… Bergman che dice.”

Paul si girò verso di noi. Aveva evidentemente ascoltato la nostra conversazione. Non potevo guardare il mio viso, ma credo che esprimesse chiaramente tutta la mia sorpresa e incomprensione. Ma la cosa bella è che lessi la medesima espressione anche sul viso di Paul. Guardai lui e Koenig, alternativamente, poi riportai gli occhi sul comandante, incapace di credere a quello che vedevo.

“Il professor Bergman! Victor Bergman! Il professore!” ripetei. La mia voce si era alzata di un tono.

Il comandante si piantò con le gambe di fronte a me. “Alan, mi vuole spiegare chi è questo Professor Bergman di cui sta parlando?” il suo tono era duro, non stava scherzando. In realtà, non so come mai, non mi passò neanche per l’anticamera del cervello l’ipotesi che si trattasse di uno scherzo. Eppure avrebbe anche potuto essere. Forse era per via dell’atmosfera della Sala Comandi, che improvvisamente era diventata opprimente. Pur essendo piena di gente, non sentivo volare una mosca, mi sembrava come se tutti avessero improvvisamente interrotto le loro attività e rivolgessero la loro totale attenzione alla conversazione che stava avvenendo ai piedi dei gradini che portavano all’ufficio del comandante. Non riuscivo a sentire neanche il familiare e amichevole ronzio di sottofondo delle apparecchiature elettroniche in funzione, mi sembrava che tutto fosse muto e fermo, come sospeso, in attesa della mia risposta.

Sentii gravare tutto ciò improvvisamente su di me. Avevo bisogno di alleati. Paul era affianco a me, ma la sua espressione sorpresa non mi sembrava incoraggiante. “Sandra”, chiamai a voce alta senza distogliere gli occhi da quelli di John Koenig, di fronte a me. “Puoi venire un attimo, per favore?”

Sentii Sandra muoversi e avviarsi verso di noi. Un attimo dopo era lì. “Sì, Alan?”

Finalmente la guardai in volto, cercando di assumere l’espressione più dolce e rassicurante di cui fossi capace. “Sandra, tesoro, ti ricordi delle perplessità che il professor Bergman ha espresso nel modulo dell’Aquila ieri, durante la nostra ricognizione?”

Sandra era nervosa, la vedevo torturarsi le dita delle mani. Guardò il comandante Koenig, come a chiedere istruzioni su come comportarsi. Il comandante non disse nulla, si limitò a fare un cenno del capo per incitarla a parlare tranquillamente.

“Alan”, mi disse, conciliante, “non conosco nessun professor Bergman. E’ uno di noi? Un tuo amico, forse?”

A questo punto sentii chiaramente lo sguardo di tutti fisso su di me. Era come se quel nome non dicesse niente a nessuno! Feci girare lo sguardo intorno a me, ma c’erano solo volti sorpresi e curiosi, ovunque. Nessuno che avesse l’aria di capire di cosa stavo parlando.

“Il professor Bergman”, ripetei ad alta voce, rivolto a nessuno in particolare. “Il professor Victor Bergman, che vi prende a tutti quanti?” A quel punto stavo quasi urlando.

“Carter, ora basta”, disse il comandante. Aveva il volto contratto e lo sguardo duro. Mi aveva chiamato per cognome, lo faceva solo quando era davvero arrabbiato. “Sta dando spettacolo. Abbassi la voce e mi spieghi chi diavolo è questo professor Victor Bergman.”

Ero talmente sorpreso da quelle parole che sentii un groppo alla gola. Mi fermai un attimo, per riprendere il controllo e riflettere. Quando parlai di nuovo la mia voce era di nuovo più calma e controllata. “Ieri, quando è apparso evidente che la Luna si dirigeva verso il quarto pianeta di quel sistema stellare”, dissi indicando il monitor della Sala Comandi che mostrava l’immagine del sistema stellare verso il quale la Luna si stava velocemente avvicinando e che ora appariva molto più prossimo del giorno prima per via della distanza coperta dal satellite durante l’ultimo giorno, “lei mi ha ordinato di prendere un’Aquila laboratorio per andare a fare una ricognizione. Con me c’erano i qui presenti Paul Morrow e Sandra Benes, e anche il Professor Victor Bergman!” conclusi.

Il comandante si posò una mano sulla tempia. “Carter, non mi faccia la lezione. Ricordo benissimo che le ho chiesto di fare una ricognizione sul pianeta con Sandra e Paul e basta”, rispose duramente. “Voi tre. Lei e Paul a guidare l’Aquila, e Sandra a interpretare i dati. Nessun altro.”

Guardai interrogativamente prima Paul poi Sandra. Entrambi annuirono confermando le parole del comandante. “Ma non eravamo in tre”, protestai, “eravamo in quattro! Nel modulo dell’Aquila non c’era solo Sandra a interpretare i dati, c’era anche il professore con lei. E quando siamo tornati era ormai notte. Lei ci è venuto incontro alla rampa di lancio 2 e ha parlato con lui, che le ha accennato ai dati insoliti che aveva raccolto e alla sua intenzione di discuterne con Helena stamattina!”

“Quando vi sono venuto incontro alla rampa 2, ieri notte, dall’Aquila siete scesi solo lei, Paul e Sandra. Ho chiesto a Sandra dei dati raccolti e lei mi ha detto che è un mondo desertico fatto praticamente solo di silicio. Mi ha promesso un rapporto per oggi, poi ci siamo salutati e siamo andati a dormire. Questo è tutto, Alan, non c’è altro”, rispose il comandante.

Sentivo la testa girare, mi sembrava tutto assurdo, non avevo mai provato prima questa sensazione. Il comandante sembrava ignorare l’esistenza del professor Bergman, il suo amico e consigliere Victor Bergman! Scossi la testa, credo che allargai anche le braccia. Ero confuso, disorientato. La tazza di caffè che ancora avevo in mano mi sembrava pesare una tonnellata. La poggiai sul piano più vicino, la scrivania di Paul. Lo guardai con aria supplichevole. “Paul…” iniziai.

“Alan, mi sembri esausto”, rispose Paul. “Forse dovresti riposare un po’…” disse, alzandosi e allungando un braccio a toccarmi la spalla.

“No!” urlai, allontanando il braccio consolatorio di Paul con violenza. “Non c’entra un accidente questo! Victor! Comandante, il professor Bergman! Non è possibile che non se lo ricordi, ci ha aiutato tante di quelle volte… dobbiamo sicuramente a lui se siamo sopravvissuti finora, se siamo ancora qui!”

 “Sta bene, Carter”, tagliò corto Koenig. La sua bocca era ridotta ad una sottile linea orizzontale e la voce era tagliente. Evidentemente si sentiva preso in giro da me, ma io non lo stavo affatto prendendo in giro. “Mi dica tutto quello che sa su questo… professor Bergman. In che sezione lavora, innanzitutto?”

Dopo l’esplosione di poco prima ora la mia voce era flebile. Mi sentivo però avvampare, probabilmente ero diventato paonazzo in volto e sentivo il cuore battere forte e accelerato dentro di me. “Il professor Bergman… è un civile… non appartiene a nessuna sezione particolare, era qui per certi studi ed è rimasto prigioniero sulla Luna, come tutti quanti noi, quando siamo usciti dall’orbita terrestre.”

Il comandante faceva uno sforzo per controllarsi. “Alan, l’unico civile presente al momento della separazione era il povero Simmonds, pace all’anima sua. Nessun altro. E se anche ci fosse stato qualcuno l’avrei assegnato sicuramente a qualche sezione qui su Alpha, con il bisogno che abbiamo di personale ovunque, praticamente.”

Mi sentivo venir meno, quello che sentivo non aveva alcun senso, ma a quanto pare era così solo per me, a giudicare almeno dalle facce che vedevo ruotare intorno a me. “Simmonds…” balbettai, “come sarebbe a dire l’unico civile… Erano due i civili su Alpha al momento della separazione, Simmonds e… il professor Bergman! Due su trecentoundici!”

“Quanti dice?” chiese Koenig, improvvisamente incuriosito.

“Trecentoundici! Eravamo trecentoundici al momento della separazione e tra di loro c’erano due soli civili, Simmonds e Bergman!” ribattei, con tutte le forza che mi restavano. Combattevo da solo contro tutti.

Il volto del comandante si addolcì un poco. “Alan”, disse, “trecentodieci. Al momento della separazione eravamo trecentodieci. Ci sono state delle perdite dopo, certo, tra cui lo stesso Simmonds, ma…”

Non lo feci finire. “No!” urlai, con tutta la voce che avevo. “Bergman! C’era anche Bergman. Trecentoundici, non trecentodieci!” Mi allontanai da loro, da tutti quanti, allungando una mano come a volerli tenere lontani da me. Ma nessuno di loro si muoveva, nessuno muoveva un passo verso di me, in effetti non si sentiva un suono. Sudavo copiosamente, ero come in trance, mi sembrava tutto assurdo, come se l’intero mondo intorno a me fosse impazzito. All’improvviso notai Kano in piedi, immobile a fianco al computer. Mi gettai letteralmente verso di lui. “Kano!” urlai. “Trecentoundici, ti ricordi?”

Mi guardò come se fossi impazzito, ma non rispose, non disse una sola parola. Interpretai quel suo silenzio nell’unico modo possibile e mi sentii ancora più debole. Il computer, pensai, improvvisamente! Certo, il computer non poteva mentire, non poteva essere influenzato da chissà cosa, non poteva…

“Kano!” urlai ancora. “Il computer! Lo chieda al computer! Gli chieda quanti eravamo al momento della separazione! Glielo chieda!!!”

Non si mosse. Guardò il comandante, sempre senza proferire una sola parola. Koenig rispose con lo stesso segno di assenso fatto precedentemente a Sandra. Allora finalmente si avvicinò al computer e formulò l’interrogativo.

Ci volle probabilmente solo una frazione di secondo, ma a me parve un’ora almeno, tanto era opprimente l’aria intorno a me, tanto respiravo a fatica. Finalmente cominciò a uscire la solita striscia di carta, la risposta del computer. Kano si mosse per andarla a strappare, ma lo anticipai bruscamente, facendolo da parte con tutte le forze di cui ero capace e avventandomi sulla striscia di carta. “Lascia qua!” sbottai, mentre il povero Kano rovinava in terra al mio fianco.

Strappai la striscia di carta e la lessi avidamente.

Non ricordo altro, evidentemente un attimo dopo aver letto la risposta del computer devo essermi accasciato al suolo, svenuto.

Non so quanto tempo rimasi incosciente. Quando riaprii gli occhi misi a fuoco lentamente l’ambiente dell’infermeria. Mi grattai la testa e così scoprii che avevo un paio di elettrodi sulle tempie ed altri erano collegati al petto e ai polsi. Il computer monitorava pigramente le mie funzioni vitali. Mi sentivo stanco, spossato e disorientato. Affamato e con un saporaccio in bocca, per di più. Improvvisamente un pensiero mi attraversò la mente e mi ricordai tutto in un attimo. “Bergman!” esclamai a voce alta, balzando a sedere in mezzo al letto.

La mia esclamazione aveva attirato l’attenzione della dottoressa Russell, che era nel suo ufficio. Alzò la testa dalla scrivania e, attraverso la vetrata tramite la quale poteva tenere d’occhio i tre lettini principali dell’infermeria, si accorse che ero sveglio. Si alzò e mi venne incontro.

“Ben svegliato!” mi disse con un sorriso.

“Dottoressa! Sono… sono svenuto come un bambino!” risposi imbarazzato. “Per quanto tempo sono rimasto privo di sensi?”

“Un po’…” rispose lei, enigmaticamente. “Il comandante mi ha dato ordine di lasciarla riposare, e così ho fatto. Come si sente?”

“Stordito… confuso… affamato…”

“Tra poco potrà mangiare. Si ricorda cosa è successo?”

“Sono svenuto in Sala Comandi… stavo parlando con il comandante e gli altri… non ricordo molto”, mentii.

La dottoressa mi lanciò uno di quei suoi sguardi indagatori. Alzò il dito indice della mano destra e me lo piazzò ad una decina di centimetri dal naso. “Lo fissi, per favore”, mi disse mentre lo muoveva lentamente a destra e a sinistra, e poi avanti e indietro, studiando il movimento e la reazione delle pupille. Poi prese una piccola luce tascabile e me la accese prima in un occhio, poi nell’altro. Riuscii a sostenere a stento lo sguardo.

“Cos’è quel nome che ha esclamato prima, quando si è svegliato?” mi chiese con uno studiato atteggiamento falsamente casuale.

Sospirai. Era del tutto inutile mentire ed era altrettanto inutile fingere di ignorare la situazione. “Bergman”, dissi. “Il professor Bergman, che ovviamente lei non ha mai sentito nominare”, conclusi mestamente.

“Al contrario”, rispose. Mi drizzai d’improvviso, pendendo dalle sue labbra, sorpreso da quella risposta. “Solo non immaginavo che lo conoscesse. Il professor Bergman, certo, un luminare, nel suo campo.”

“Un…?” mi interruppi, esortandola a continuare.

“Un luminare, certo. Il dottor Tobern Olof Bergman è stato un famoso chimico e naturalista del ‘700. Contribuì in maniera sostanziale a definire il concetto di affinità chimica, un concetto fondamentale. Come lo conosce?”

Sospirai tristemente. “Non lo conosco affatto, non parlavo di lui.”

Se la dottoressa fu sorpresa da quella mia frase non lo diede a vedere. Continuò ad esaminarmi, guardando un po’ me un po’ i dati dei monitor medici, con atteggiamento professionale. Era seria, forse un po’ preoccupata, ma non saprei dirlo con certezza.

“Dottoressa, la prego…” esordii, per avere la sua attenzione. “Non parlavo del suo Tobern Olof Bergman, ma del professor Victor Bergman, il nostro professor Bergman!”

La dottoressa non reagì. Evidentemente era informata di tutto. “Capisco”, disse. “Mi parli di lui.”

Sospirai di nuovo, poi decisi che era tempo di cercare di venire a capo di questa assurda situazione. “Dottoressa, mi ascolti attentamente”, le dissi. “Io ieri sono andato in ricognizione sul pianeta con Paul, Sandra e con il professor Victor Bergman. Quando siamo tornati, il comandante ci ha accolti alla rampa numero due. Abbiamo parlato un po’, poi siamo andati a dormire. Stamattina il professore sembra essere scomparso, ma la cosa più allucinante è che qui nessuno sembra ricordarsi di lui, né il comandante, né Paul né Sandra né lei né nessun altro. Neppure…” mi interruppi.

“Neppure…?” incalzò la dottoressa.

“Neppure il computer…” conclusi tristemente. “Ma esiste! Mi creda dottoressa, esiste! E’ uno di noi!”

La porta dell’infermeria si aprì e il comandante Koenig apparve sulla soglia. Aveva un ampio sorriso ed entrò nella stanza riponendo il commlock con cui aveva aperto la porta nella sua cintura. “Oh bene, si è svegliato, finalmente!” esordì. “Come si sente?”

“Bene, comandante”, risposi. “Ma il problema è sempre lì.”

“Il… problema?” chiese.

“Sì, comandante, il problema. Come lo chiamerebbe lei il fatto che a quanto pare solo io su questa base mi ricordo dell’esistenza del professor Bergman, che pure era il suo più caro amico e consigliere in ogni situazione?”

“Si calmi, Alan”, disse affettuosamente la dottoressa. “Siamo qui per aiutarla e per capire che cosa sta succedendo. Ci parli del professor Bergman, quanti anni aveva? Com’era, fisicamente?”

“Il professor Bergman ha”, dissi enfatizzando l’ultima parola, “una sessantina d’anni, almeno, forse qualcosa di più. Non è molto alto e ha pochi capelli bianchi. Era sulla Luna per certi suoi esperimenti quando è avvenuta la separazione e da allora è rimasto bloccato qui con noi. E’ un civile, su Alpha, non appartiene a nessuna sezione particolare. E’ il suo più caro amico, comandante, e lei si consulta in continuazione con lui. Lei ripone grande fiducia nelle sue capacità, come scienziato e come persona… come tutti noi, del resto”, conclusi a bassa voce. Cominciai a sentirmi scoraggiato.

“Mi… mi potrebbe raccontare un episodio in cui mi sono… consultato con lui?” chiese il comandante.

“Ma certo… quando abbiamo attraversato il sole nero, ad esempio! Il professore ha progettato uno scudo d’energia che ha protetto tutta Alpha durante l’attraversamento. Io ero via con un’Aquila, ma poi lei mi ha raccontato che ha condiviso con il professore un’esperienza eccezionale, che vi siete visti vecchissimi e che parlavate telepaticamente tra di voi e con un’entità, quell’Entità che ci guida, che ci protegge. Non si ricorda?”

“Certo, Alan”, annuì il comandante, pazientemente. “Ricordo perfettamente il buco nero e che le avevo chiesto di andare via con alcuni Alphani, per potervi salvare almeno voi nel caso in cui… non ce l’avessimo fatta. Ricordo di essermi trovato invecchiato e di aver parlato telepaticamente con l’Entità ma… ma ero solo, Alan. Non c’era nessuno con me, in quei momenti. Ero solo, nel mio ufficio”.

“Solo… non è possibile!” esclamai.

“Quanto al suo… scudo d’energia, che avrebbe dovuto proteggere Alpha… mi spiega a cosa avrebbe potuto servire proteggere Alpha quando tutta la Luna era attirata inevitabilmente dentro il buco nero? Se qualcosa di brutto fosse accaduto alla Luna, Alpha se avrebbe seguito inevitabilmente le sorti, scudo o non scudo.”

Mi mancarono le parole. Il ragionamento del comandante in effetti non faceva una grinza.

“Dottoressa, posso parlarle un attimo in privato?” chiese ancora il comandante.

“No! Non andate via! Non trattatemi come se fossi un povero pazzo. Parlate pure, ma qui, davanti a me. Voglio sentire anch’io, ne ho il diritto!”

“Come vuole”, continuò. “Dottoressa, ha eseguito gli esami che le avevo chiesto?”

“Solo alcuni, comandante. Gli esami del sangue risultano tutti negativi. Non ci sono tracce di allucinogeni o droghe di sorta, nel suo sangue. Tutti i valori sono nella norma. Ho analizzato anche i resti della tazza di caffè che mi ha portato. Non c’è nulla neanche lì dentro, è del normalissimo caffè, del tipo che beviamo su Alpha continuamente. Durante il sonno il computer ha registrato delle alterazioni nei valori della pressione arteriosa, ma sono variazioni del tutto normali quando ci si riprende da uno svenimento e si passa dalla mancanza di sensi al sonno convenzionale. Vorrei ora sottoporlo ad una risonanza magnetica e ad altri esami ancora più specialistici, ma volevo parlare con lui, prima”.

“E’ possibile che una eventuale droga si sia dissolta e non abbia lasciato traccia nel suo sangue?”

“E faccia ancora sentire il suo effetto? No, comandante”, rispose la Russell scuotendo decisamente la testa.

Sentendo parlare di esami medici mi venne improvvisamente in mente una cosa. “Dottoressa, lei più di tutti si dovrebbe ricordare del professore! Aveva un cuore artificiale, se lo deve ricordare per forza, deve avere analisi, documentazione…”

“Un cuore artificiale? Alan, nessuno qui su Alpha ha un cuore artificiale, si rende conto che lo saprei altrimenti, no? A parte le povera Michelle, ovviamente, che non ce l’ha ma che ne avrebbe davvero bisogno, se solo avessimo un po’ di tiranium… A proposito, comandante, visto che è qui: niente di interessante su quel pianeta, non è vero?”

“Niente di niente, Helena. E’ solo un grosso sasso di roccia, nulla di più.”

“Povera Michelle. Non so per quanto tempo potrà andare avanti ancora quel suo cuore malandato, ma senza tiranium…”

“Ma, insomma, basta, piantatela tutti e due!” sbottai. “Che razza di gioco è questo? Non è possibile che uno di noi sia scomparso così, di punto in bianco, senza lasciare tracce. E se anche fosse non è possibile che nessuno si ricordi niente di lui, che non ci sia più la sua cartella clinica, che addirittura il computer ne ignori l’esistenza!”

“Certo che è possibile, Carter”, disse il Comandante duramente. “Mi dica una cosa: secondo lei è più probabile che il suo professore sia scomparso, che tutti noi ci siamo improvvisamente dimenticati di lui dalla sera alla mattina, che sia scomparso anche ogni incartamento che lo riguardasse e che perfino il computer non lo abbia mai sentito nominare, oppure…” fece una pausa.

“Oppure…?” lo incalzai.

“Oppure che sia lei il problema, che questo professore esista solo nella sua mente e nei suoi ricordi, per motivi che onestamente non riesco a immaginare, ma che forse la dottoressa può aiutarci a capire, a comprendere… a curare.”

“Ma io non sono pazzo”, urlai. “Non sono pazzo, comandante, lei deve credermi.” Saltai giù dal letto strappandomi gli elettrodi dal corpo e afferrai la dottoressa per le braccia. “Dottoressa, almeno lei, mi deve credere. Lei lo sa che non sono pazzo, lo sa che il professore esiste, che è vivo, che è qui da qualche parte!”

La dottoressa rimase impassibile a guardarmi con gli occhi spaventati. La lasciai e mi rivolsi verso Koenig. “Comandante! Comandante, mi creda, la prego, non sono pazzo, glielo giuro, il professore, il suo amico… non è possibile, non è possibile…”

Con la coda dell’occhio notai che la dottoressa aveva estratto qualcosa da una tasca del suo camice. Sentii una leggera pressione sul collo e poi le forze cominciarono a venirmi meno. Barcollai all’indietro, reggendomi al lettino. Ma fu inutile, la vista cominciò ad appannarsi. Sentii una voce, lontana, sempre più lontana che diceva “Faccia tutto quello che può e anche di più”, poi piombai profondamente in un sonno senza sogni.

 

A due giorni dalla fine

"Alan... Alan... mi sente? Si svegli..." disse una voce tamburellante nella mia mente.

Socchiusi gli occhi e trovai la dottoressa Russell china su di me.

"Così va meglio. Mandi giù questo, l'aiuterà a smaltire i postumi dei sedativi che ho dovuto somministrarle", disse porgendomi un bicchiere pieno di un liquido trasparente che però, sospettavo, non era acqua.

"Se... sedativi?" balbettai. “Che ha dovuto somministrarmi?”

"Sì, Alan, sedativi. Ieri sera si è agitato un po' troppo e il comandante mi aveva ordinato di tenere a portata di mano dei sedativi per questa eventualità", disse con aria contrita. "Ho solo obbedito agli ordini", puntualizzò.

"Già, niente di personale", risposi amaramente. Cercai di tirarmi un po' su, ma una fitta di dolore mi attraversò il cranio. "Mi scoppia la testa..." mi lamentai.

"Beva, le farà bene anche per la testa", replicò la dottoressa, sistemando meglio il cuscino dietro le mie spalle.

Mandai giù il contenuto del bicchiere. Era amaro. Perché gli sciroppi sono sempre amari?

"Come si sente?" mi chiese ancora.

"Non bene..." risposi. "Cosa mi avete fatto?"

"Assolutamente nulla di particolare. Esami clinici di routine, una risonanza magnetica, un bel check up completo."

"E...?" la incalzai.

"Sarà lieto di sapere che è in ottima forma, tutto sommato. Non c'è niente che non vada in lei, niente che possa spiegare il suo... problema. Il cervello è a posto, non c'è nulla nel sangue, nessun segno di avvelenamento, né da agenti organici né tanto meno da agenti inorganici."

"In ottima forma..." ripetei. "Non mi ci sento..."

"Sapeva di avere un'ernia inguinale? E' piccola, non credo che le darà problemi. Comunque può essere rimossa abbastanza facilmente."

"Un'ernia... Tutto qui?" Ero un po' deluso, quasi ci speravo che mi trovassero qualcosa. Se si fosse trattato solo di un'intossicazione o di una droga di qualche tipo sarebbe stata la soluzione più semplice.

"Tutto qui. E' in ottima forma, si faccia forza."

"Ci sono... novità?" chiesi.

"Novità? Sì,il comandante ha fissato una riunione dei capi sezione per le 09:30. Il suo problema è all'ordine del giorno. L'ho svegliata per questo."

"Che ore sono?"

"Le otto e trenta passate. Ha giusto il tempo per una doccia e per cambiarsi. Poi cercheremo tutti insieme di capire cosa le è successo."

"Se è a me che è successo qualcosa", replicai. "Grazie dottoressa, allora vado a prepararmi. Ci vediamo tra poco."

Uscii dall'infermeria e mi diressi verso il mio alloggio. Una riunione dei capi sezione, pensai avanzando con passo un po' traballante. A quanto pare il comandante si era finalmente deciso a prendere sul serio il problema della scomparsa del professor Bergman. Sollevato, entrai nel mio alloggio per prepararmi. C'era ancora il letto disfatto e la divisa sporca nell'angolo, come l'avevo lasciata la mattina precedente. Mi spogliai e la pila di abiti e biancheria sporca nell'angolo aumentò. Non avevo né il tempo né la voglia di mettere a posto l'alloggio e portare tutto il resto in lavanderia, quindi mi buttai direttamente sotto la doccia.

Quando uscii dal bagno, pulito e sbarbato, mi sembrava di stare un po' meglio. Sì, la notizia della riunione dei capi sezione mi aveva infuso un po' di ottimismo. Non riuscivo neanche lontanamente ad immaginare la soluzione del problema, ma credevo che tutti insieme forse saremmo giunti a qualcosa.

Di conseguenza, quando uscii diretto alla Sala Riunioni adiacente alla Sala Comandi ero di umore migliore. Arrivai con qualche minuto di anticipo. Il comandante era già seduto al tavolo rotondo, intento ad esaminare i primi rapporti della giornata.

"Buon giorno, Alan", mi salutò cordialmente. "Come si sente?" chiese con una sfumatura di genuina preoccupazione nella voce.

"Abbastanza bene, grazie", risposi. Mi sentivo un po' meglio, ma forse 'abbastanza bene' era un po' eccessivo. Non mi sentirò davvero bene fin quando questa assurda faccenda non sarà conclusa, pensai.

Gli altri cominciarono ad arrivare alla spicciolata. La prima fu Sandra, capo analista, che mi rivolse un largo sorriso. Le sorrisi a mia volta. Subito dopo entrò la dottoressa Russell, capo ufficiale medico, che portava una notevole mole di incartamenti, presumibilmente i risultati degli esami a cui ero stato sottoposto. Anche Sandra aveva portato qualcosa con sé, forse copie del suo rapporto sull'esplorazione del pianeta. Le due donne presero posto al tavolo, confabulando qualcosa tra loro. Poco dopo arrivò anche Kano, capo della sezione informatica. A parte il povero Victor, che dubitavo sarebbe comparso proprio in quel momento, mancava solo Paul.

Il comandante diede un'occhiata distratta al cronometro da polso e scambiò qualche parola di convenevoli con gli altri. Stavo parlottando con Sandra, che si informava sulle mie condizioni di salute, quando dalla porta entrò un uomo che proprio non mi aspettavo di vedere lì, quel giorno.

"Scusate il ritardo", disse Tony Verdeschi, trafelato, sedendosi al tavolo.

Ero perplesso e meravigliato. Tony è stato promosso? mi chiesi. Non aveva mai partecipato ad una riunione dei capi sezione, prima di quel momento. Che ci faceva lì? E perché Paul non c’era?

"Bene, ci siamo tutti", esordì il comandante. "Grazie per essere venuti qui con così poco preavviso. Abbiamo un problema del quale probabilmente siete tutti già informati. L'obiettivo di questa riunione è confrontare le nostre analisi in merito e trovare una spiegazione razionale. Alan, vuole cominciare lei? Perché non ci racconta per filo e per segno della sua missione sul pianeta?"

"La missione... sì, certo..." gettai un occhiata a Tony. "Ma, comandante, non dovremmo aspettare Paul?"

"Paul?" il comandante aggrottò la fronte. "Ci siamo tutti, chi manca?"

"Paul manca! Paul Morrow, il vicecomandante!"

Il comandante e Tony si scambiarono un'occhiata, Sandra e la dottoressa Russell bisbigliarono qualcosa tra loro.

"Alan", disse Tony, prendendo la parola. "Sono io il vicecomandante di Alpha. Chi è questo... Morrow? Non conosco nessuno su Alpha con questo nome!"

Credo di essere impallidito di colpo. Sentii di nuovo un'ondata di panico e disperazione assalirmi e se non fossi stato seduto credo che sarei caduto al suolo. L’incubo non era finito. Tutt’altro, non faceva che peggiorare!

Capii che urlare ancora, dare in escandescenze, saltare in piedi inveendo contro tutti e nessuno non mi avrebbe giovato. Già pensavano che fossi impazzito e la rabbia non era certo una mia alleata. Respirai a fondo, sentendo gli sguardi di tutti fissi su di me. Se avevo una speranza era legata alla logica, alle argomentazioni coerenti. Non mi sentivo un drago in questo campo, ma era la mia unica speranza. Li dovevo convincere, e non era con la violenza, le urla e la rabbia che ci sarei riuscito.

“Comandante”, dissi dopo quella che mi sembrò essere un’eternità, “signori, vi prego di credere che sono assolutamente serio. Non sto giocando, non sto scherzando. Non ho assolutamente voglia di fare né una cosa né l’altra. Vi assicuro che nessuno più di me desidera venire a capo di questa faccenda. Paul Morrow è il vicecomandante di questa base da… da sempre, che io sappia. Il professor Victor Bergman è invece un civile, ma ha sempre partecipato, come Paul ovviamente, alle riunioni di questo tipo, in qualità di amico fidato e consigliere del comandante Koenig. Entrambi godono della nostra totale stima e fiducia. Due giorni fa, su ordine del comandante, una spedizione composta da me, da Paul Morrow in qualità di copilota, da Sandra e dal professor Bergman è partita alla volta del pianeta al quale ci stiamo avvicinando. Scopo della missione era raccogliere dati e informazioni sul pianeta stesso, la sua morfologia e le sue caratteristiche geologiche. Cosa che abbiamo fatto arrivando a penetrare nell’atmosfera del pianeta. Non siamo atterrati e non siamo entrati in contatto con niente e con nessuno. In quattro siamo partiti da Alpha e in quattro siamo tornati. Il comandante Koenig ci ha accolto, tutti e quattro, alla rampa numero 2 al nostro rientro. Ieri mattina, al mio arrivo in Sala Comandi, mi sono reso conto che il professor Bergman era scomparso. Scomparso non solo da Alpha, ma nei ricordi di ciascuno di voi. Paul compreso. Perché Paul era presente ieri, io, Sandra e lo stesso comandante ci abbiamo parlato!”

Feci una pausa per dare loro il tempo di assorbire quella informazione. Poi ripresi. “In seguito alla scoperta che perfino per il computer il professor Bergman non è mai esistito, ho avuto un malore e sono stato portato in infermeria e sottoposto a ogni genere di esami. Stamattina sono arrivato qui per parlare con voi del professor Bergman e scopro che anche Paul è svanito nel nulla, come se non fosse mai esistito. Immagino che nessuno di voi ne abbia mai sentito parlare, né tanto meno che vi ricordiate di aver parlato con lui non più tardi di ieri, non è vero?”

Una cosa è certa: avevo l’attenzione di tutti. Forse non avevano mai visto un pazzo parlare così pacatamente e con tanta precisione. Il comandante fu il primo a parlare. Disse semplicemente: “Sandra?”

Sandra arrossì leggermente e si schiarì la voce. “Alan, eravamo solo io e te in quella missione. Tu guidavi l’Aquila, io raccoglievo i dati e li analizzavo. Non c’era nessun altro con noi. In effetti”, aggiunse, “non c’era bisogno di nessun altro per quella missione.”

Me l’aspettavo. Per quanto suonasse assurdo alle mie orecchie a questo punto me l’aspettavo. Poggiai delicatamente il capo sul tavolo, nascondendolo tra le braccia incrociate, scuotendolo leggermente a destra e sinistra.

“Alan”, disse Tony, “levami una curiosità. Tu mi conosci, ci conosciamo da tanto, da prima della separazione. Forse non siamo mai stati grandi amici ma io so chi sei e tu… sai chi sono io, non è vero?”

Annuii, ma rimasi col volto nascosto tra le braccia.

“E allora”, riprese sporgendosi in avanti sul tavolo, “dimmi una cosa. Tu dici che questo… Morrow… è il vero vicecomandante di Alpha. E allora chi sono io? Se Morrow dovrebbe essere al mio posto, dove dovrei essere io?”

“Non lo so, Tony, non lo so…” risposi scoraggiato. Alzai la testa. “Eri nella sicurezza, ma non sei tu il vicecomandante di Alpha!”

Tony sbuffò. “Questa poi”, disse a bassa voce, appoggiandosi sconsolato allo schienale della sedia.

“Cerchiamo di stare calmi, tutti quanti” disse il comandante. Il problema, come si può vedere, non si risolve certo da solo. Cerchiamo di capire cosa sta succedendo qui. Ognuno di voi aveva un compito che vi avevo assegnato ieri. E’ arrivato il momento di fare rapporto. Helena?”

“Ho sottoposto Alan ad ogni tipo di esame medico e del sangue. Mi sento di escludere che sia vittima di un qualche tipo di agente allucinatorio, né risulta essere sotto l’influsso di droghe o psicofarmaci. Le termografie cerebrali non hanno evidenziato danni al cervello e la risonanza magnetica non ha rilevato alcuna patologia degna di nota. Dal punto di vista medico il paziente è perfettamente in grado di intendere e di volere, ciò nondimeno…”

Il paziente è perfettamente in grado di intendere e di volere’: questa era musica per le mie orecchie. Cercai di parlare per ringraziarla di questo giudizio, ma la dottoressa mi fece cenno di non interromperla e continuò.

“Ciò nondimeno”, riprese, “vorrei sottoporlo ad un test conclusivo: vorrei monitorare le sue attività cerebrali per 24 ore consecutive, per paragonare il risultato a quello che è presente nell’archivio medico al fine da evidenziare qualsiasi anormalità rispetto ai suoi stessi livelli standard.”

“Bene, dottoressa, grazie. Carter, quando avremo finito qui si ricovererà in infermeria e si sottoporrà a tutti gli esami che la dottoressa riterrà opportuno. Kano?”

“Ho effettuato una diagnostica del computer di livello quattro per verificare che funzionasse correttamente e per mettere in luce eventuali manomissioni. Non è stato evidenziato nessun problema. Ho inoltre effettuato una ricerca estensiva sul nome ‘Victor Bergman’. Risulta che nessuno con questo nome abbia mai messo piede sulla Base Lunare Alpha da quando è stata posta la prima pietra della base ad oggi. Se crede, posso svolgere un’analoga ricerca su Paul Morrow.”

“Sì, Kano, grazie”, disse il comandante.

“Un momento, Kano”, interruppi. “Ieri abbiamo chiesto al computer quanti erano presenti su Alpha al momento della separazione, si ricorda? Si ricorda la risposta del computer?”

“Certamente. Ho recuperato il foglio con la risposta del computer dopo che sono riuscito a rimettermi in piedi. Trecentonove”, disse lo giamaicano.

“Naturalmente”, risposi. “Solo che erano trecentodieci, ieri, comandante! Che poi non è neanche il dato giusto perché considerando sia Paul che Victor eravamo in trecentoundici al momento della separazione”, dissi avvilito.

Il comandante annuì, poi sospirò. “Sandra?”

“Ho sottoposto a verifiche varie tutti i dati ricavati dalla missione”, spiegò la ragazza, “alla ricerca di anomalie, di qualcosa che non tornasse, di qualche indizio, qualcosa che potesse esserci sfuggito. Niente”, scosse la testa, “non c’è assolutamente niente di strano in quel… sasso allo stato puro. Ho anche incrociato questi dati che quelli che i sensori della base riescono a ottenere ora che ci siamo avvicinati quasi al punto di minima distanza. Ancora niente, pare che non ci sia semplicemente nulla da scoprire.”

“Sono d’accordo”, disse il comandante. “Tony?”

“Io avevo l’incarico più difficile”, iniziò Tony, “cercare un’influenza esterna, un’influenza aliena. Ho condotto parallelamente tre tipi di ricerche, a breve raggio, a medio raggio ed a lunghissimo raggio. Giocando con le diverse frequenze ho convogliato tutta la potenza disponibile ai sensori. Alle basse frequenze, e quindi alte lunghezze d’onda, ho disperso la potenza analizzando le grandissime distanze, ottenendo un quadro dello spazio intorno alla Luna lontano fin dove ci è consentito di arrivare. Ovviamente la risoluzione di ricerca è estremamente bassa. Poi ho fatto il contrario, altissime frequenze e bassissime lunghezze d’onda, per concentrare tutta la potenza dei sensori nella zona, relativamente piccola, intorno alla Luna, ottenendo una risoluzione degna della CIA. Infine, ho fatto una ricerca con valori intermedi, frequenze medie, lunghezze d’onde media, risoluzione media.”

Fece una pausa ed effetto. “Niente, niente, niente. Tre ricerche, tre volte niente. Non c’è nulla e nessuno qui intorno. Per chi vuole, ho centinaia di pagine di dati e risultati, sulla mia scrivania. Li stavo studiando fino ad un attimo prima di venire qui”. Si strinse nelle spalle.

“Ha controllato gli altri pianeti del sistema?” chiese Koenig.

“Il pianeta più vicino, data la sua orbita, è in questo momento fuori da ogni nostra analisi”, rispose Tony. “E il quarto pianeta non ha satelliti, né ci sono altri corpi celesti nel raggio d’azione dei nostri sensori.”

“Bene.” Koenig sospirò. “Alan, c’è qualcos’altro che possiamo fare? Le viene in mente qualcosa che abbiamo tralasciato, qualche possibilità che non abbiamo preso in considerazione?”

Scossi la testa. Avevo capito come si sarebbe conclusa quella riunione, ma non avevo davvero nulla da suggerire.

“A qualcuno viene in mente qualcosa? Una cosa qualsiasi?” chiese ancora Koenig.

Nessuno rispose. Ci furono solo sguardi che i presenti si scambiarono a vicenda.

Koenig si alzò, mi venne vicino e mi poggiò una mano sulla spalle. “Non c’è altro da fare, per il momento, Alan. Vada con la dottoressa”, disse.

Lentamente, silenziosamente, cominciarono tutti a uscire dalla stanza. La dottoressa si avvicinò a me e disse semplicemente: “venga quando vuole, la aspetterò.” Annuii con aria distratta e poi anche lei uscì. L’ultima a lasciare la stanza fu Sandra. Mi lanciò uno sguardo carico di solidarietà e vidi che aveva gli occhi lucidi.

Rimasi solo. Ero solo in quella stanza ma mi sembrava di essere solo in tutto l’universo.

Non andai subito in infermeria. Sentivo il bisogno di starmene un po’ per i fatti miei, provare a riflettere un po’ da solo, mettere un po’ d’ordine nei miei pensieri. L’improvvisa scomparsa di Paul e l’entrata in scena di Tony mi avevano sorpreso. Una voce dentro di me mi suggeriva che c’era uno schema, in tutto quello che stava succedendo, e volevo starmene un po’ tranquillo per vedere se riuscivo a coglierlo.

E poi, più di ogni altra cosa, l’idea di andare di nuovo in infermeria a sottopormi a chissà che altri esami non mi entusiasmava affatto. Avrei preferito un’alternativa qualunque, se solo ne avessi avuta una.

Così, quando uscii dalla Sala Riunioni mi incamminai per i lunghi e monotoni corridoi di Alpha. Non ero diretto in nessun posto in particolare, giravo un angolo dietro l’altro, cercando di concentrarmi sugli incredibili avvenimenti di quei giorni. Purtroppo però Alpha è una piccola comunità di persone e, come nei piccoli paesi della Terra, una notizia un po’ originale corre veloce di bocca in bocca. Evidentemente non era stato mantenuto un particolare riserbo su quello che era avvenuto e gli Alphani che incontravo mi lanciavano occhiate curiose, sussurravano tra di loro e in linea di principio cercavano di evitarmi. I più sfacciati arrivavano a voltarsi dopo che mi avevano incrociato, per guardarmi meglio.

Dopo un po’ ne ebbi abbastanza di quel trattamento. Pensai che avrei dovuto allontanarmi dai quartieri operativi di Alpha. Forse nelle aree più marginali avrei trovato un traffico inferiore e forse anche qualcuno che, magari ancora all’oscuro, mi avrebbe trattato come sempre, come il buon vecchio Alan.

Presi quindi il primo travel tube che trovai diretto verso le zone più periferiche. Rimasi solo, nella cabina, per tutto il percorso. Ne approfittai per lasciarmi cadere su una sedia e tirare un po’ il fiato.

Quando il travel tube arrivò a destinazione non riconobbi immediatamente dove mi trovassi. E’ curioso come ognuno di noi, preso dalla routine della vita quotidiana, tenda a prendere sempre le stesse strade, gli stessi sentieri e come alle volte basti una piccola deviazione per trovarsi in un mondo completamente nuovo. Quel mondo era in quel frangente una base Alpha apparentemente deserta, sicuramente molto più silenziosa. Avevo bisogno come l’aria di un momento così, per cui uscii dalla metropolitana senza pensarci due volte incamminandomi, anche con un pizzico di curiosità, in quel piccolo nuovo mondo.

Stanze e laboratori secondari si succedevano. Vidi pochissima gente, la maggior parte dei quali attraverso i finestroni di sicurezza dei laboratori: erano intenti nel loro lavoro. Pensai che Alpha era davvero una piccola comunità operosa.

Passeggiando per il corridoio a un certo punto passai vicino a un ambiente diverso dagli altri. La targhetta sulla porta diceva “CAPPELLA”. Non sono mai stato un uomo particolarmente religioso, eppure in quel momento la pace e la tranquillità che il piccolo mausoleo di Alpha mi prometteva mi attiravano irresistibilmente. Agii sul comando della porta ed entrai, penetrando nella soffusa luce verde di quel piccolo locale.

Alzai gli occhi, ad ammirare la distesa sconfinata di stelle attraverso la cupola trasparente di quell’ambiente privo del consueto soffitto basso. I miei occhi ci misero un attimo ad abituarsi al cambiamento di luminosità, ma poi la volta celeste mi si rivelò in tutto il suo splendore. Come pilota, ero abituato a spettacoli del genere, eppure anche quella volta, come ogni volta, mi sentii piccolo ed insignificante e, al contempo, felice di far parte di quella luminosa immensità.

Ai due lati della cappella erano allineati le urne con le ceneri degli Alphani meno fortunati. Il gruppo dei piloti era subito vicino all’ingresso e purtroppo era anche il più numeroso. Mi avvicinai a dare un’occhiata ai nomi e alle fotografie: Eric Sparkman, Frank Warren, Guy Collins... ce n’erano tanti, troppi. Poi pensai ai colleghi che non avevano avuto neanche quello, neanche la minima soddisfazione di poter riposare all’ombra delle stelle, compagni che erano morti in missione, a bordo delle loro Aquile, esplose in volo o precipitate disastrosamente al suolo. Pensai a Mike Donovan, povero Mike, quanto mi mancava. Anche lui, come tanti altri, non aveva lasciato neanche un simbolo presso il quale i suoi cari, o io, avrebbero potuto trovare conforto. Pensai che non era giusto, che anche loro avrebbero dovuto avere la loro urna in quel luogo. Che fosse piena o vuota aveva poca importanza, l’importante era quello che simboleggiava. Decisi di parlarne a John Koenig ma poi… poi la realtà dei fatti si impadronì di nuovo di me.

Avanzai un poco lungo la fila di urne e improvvisamente lo sguardo dolce di una ragazza dagli occhi chiari mi fissò silenziosamente attraverso una fotografia. Aveva i capelli castani, quasi biondi, tagliati a caschetto, che le cadevano copiosi sulla fronte e sugli occhi. Regina Kesslan. In un attimo mi tornò in mente la sua folle storia: povera Regina, era venuta da me, quando nessuno le credeva e tutti la prendevano per pazza. Era venuta da me e si era buttata tra le mie braccia ed io l’avevo presa così, sorpreso, senza comprendere… ma come avrei potuto? Improvvisamente mi sentii vicino a Regina, così vicino che mi ritrovai senza accorgermene seduto sulla panchetta davanti alla sua immagine, fissandola negli occhi, assaporando quel sorriso caldo e quell’aspetto tranquillizzante e comprendendo in un attimo quella che doveva essere stata la sua disperazione.

Mi vergognai di me stesso, da allora non avevo più pensato a Regina, mai una volta avevo neanche pensato di andare a farle visita. Eppure quanto avrei voluto avere Regina in quel momento affianco a me, stringerla tra le braccia e poi parlarle, raccontarle tutto, cercare il suo conforto, come lei aveva cercato, inutilmente, il mio.

Mi misi le mani sul volto e piansi. Piansi le lacrime che non avevo mai pianto per Eric, per Frank, per Mike e soprattutto per Regina. Piansi tutta la tensione di quei giorni e tutta la vergogna di quel momento. Piansi disperatamente come un bambino, come un bambino perduto nell’infinità dell’universo, illuminato solo da un oceano di stelle.

Passai molto tempo così, ma infine mi ricomposi e con il fazzoletto mi asciugai il viso. L’immagine di Regina era sempre di fronte a me, sorridente. Ero sicuro che mi aveva perdonato ed anche io mi sentivo meglio disposto verso me stesso.

La mia mente, finalmente più lucida, vagò allora a prendere in esame gli avvenimenti degli ultimi tre giorni: la missione a bordo di Aquila 4, Paul che mi chiedeva una birra, Sandra che si lamentava di quel pianeta di silicio, Victor che non ne comprendeva la geologia. Poi la discesa nell’atmosfera, quella strana pianta azzurra, gli incredibili pinnacoli… e quindi il ritorno su Alpha, l’accoglienza del comandante. Il giorno dopo Victor non c’era più, ma non era solo morto, magari lo fosse stato. Era stato cancellato, eliminato dall’esistenza, dai ricordi di tutti noi, perfino dalla mente elettronica del computer. Improvvisamente, il destino di Mike e degli altri non mi sembrò più così orrendo.

Il giorno dopo era toccato a Paul, che aveva fatto la stessa fine di Victor, se di fine si poteva parlare. Prima Victor, poi Paul… Chi sarà il prossimo? pensai amaramente.

Quel pensiero mi folgorò come un fulmine a ciel sereno. Credo sia stato proprio quello il primo momento in cui ho compreso realmente di essere in pericolo, in pericolo mortale. Victor e Paul avevano partecipato entrambi a quella missione, insieme a me e Sandra. Fu allora che lo capii, che capii che io e Sandra saremmo stati i prossimi.

Non avevo prove molto concrete in mano, lo ammetto, ma non ne avevo bisogno perché non avevo il minimo dubbio. Ero certo che a quel punto sarebbe toccato a noi. Non sapevo a chi per primo, ma ero certo che un destino ineluttabile ci attendeva.

Non ebbi paura, non di morire, almeno. Ma di scomparire in quel modo sì. Il pensiero che il giorno dopo tutti si sarebbero svegliati e nessuno avrebbe saputo dire neanche chi fosse stato Alan Carter mi sembrò più intollerabile della morte stessa. Dovevo evitare che questo accadesse e, se non potevo evitare di morire, dovevo almeno trovare il modo di evitare di scomparire in quel modo. Dovevo lasciare un segno della mia esistenza, qualcosa che parlasse di me agli altri e che magari raccontasse l’intera storia. L’avevo già raccontata, è vero, ma in quel caso per gli altri la spiegazione era semplice, potevano semplicemente darmi del pazzo, come in effetti avevano fatto. Ma se avessero trovato la mia storia, narrata da un uomo che non conoscevano ma che dimostrava di conoscere loro, allora sì, allora forse avrebbero cominciato a pensare alla cosa in un modo diverso, senza sentirsi irresistibilmente attratti dalla spiegazione più ovvia.

Restava da decidere il modo in cui avrei lasciato quella testimonianza. Pensai che non era assolutamente il caso di usare il computer o aggeggi elettronici di sorta: non mi fidavo assolutamente di loro, non dopo quello che mi avevano fatto. L’unica possibilità era di scrivere tutto, mettere tutto nero su bianco, penna su carta, alla vecchia maniera. Diamine, dei fogli vergati a mano da me non avrebbero potuto scomparire nel nulla!

Non era una gran speranza, ammetto anche questo, ma era l’unica che avevo. Con rinnovato spirito combattivo mi alzai e mi recai in infermeria: avevo del lavoro da fare e non sapevo quanto tempo c’era ancora davanti a me.

Per tornare ai quartieri operativi impiegai molto meno tempo di quanto ne era stato necessario per lasciarli, così che pochi minuti dopo girai a passo di carica l’angolo che portava all’infermeria andando letteralmente a sbattere con una ragazza che ne usciva.

“Sandra”, esclamai. “Scusami, non volevo!”

“Alan!” La ragazza era sorpresa, forse un po’ spaventata dalla mia apparizione improvvisa. “Io…  io stavo cercando proprio te. Pensavo di trovarti qui ma la dottoressa mi ha detto che non ti eri ancora presentato.”

“Sì, ci stavo andando proprio adesso. Mi cercavi? Volevi dirmi qualcosa?”

“Io… volevo solo sapere come stavi. Ti ho visto così avvilito, durante la riunione… ma adesso mi sembra che stai meglio.”

Sospirai. “Grazie, Sandra, davvero. Io sto bene, se sto andando in infermeria è solo perché il comandante me l’ha ordinato. Ma io sto bene, io…” alzai le spalle “…io non sono pazzo, Sandra. So bene quello che è successo e ora so anche quello che succederà!”

“Sai quello che… succederà?” Sandra mi guardò incuriosita, sgranando gli occhi.

“Io l’ho capito, Sandra! Ho trovato uno schema in quello che sta succedendo. Non è finita, non ancora!” dissi ad alta voce.

“Uno schema? Di cosa stai parlando, Alan?”

“Siamo noi quattro! Capisci Sandra? Noi quattro! Quel pianeta ci vuole! In quattro abbiamo fatto quella missione ed ora sia Victor che Paul sono andati. Capisci? Rimaniamo io e te, solo io e te, Sandra!”

Sandra si allontanò impercettibilmente da me. “Io e te? Ma Alan, eravamo solo noi due in quella missione e…”

“NO!” la interruppi, gridando. “Tu stessa ieri hai ammesso che c’era anche Paul con noi! L’hai detto tu, proprio tu, in Sala Comandi. Eravamo in quattro in quella missione e Victor e Paul erano con noi. Loro sono stati i primi, ora tocca a me… e a te!”

“Che vuoi dire, Alan, io… io sono qui e tu pure!”

Ora siamo qui”, risposi, sempre urlando. “Ma domani? Ci saremo ancora, domani? E’ possibile che non capisci, Sandra? Eppure è così semplice: eravamo in quattro e due sono andati. Domani toccherà a me oppure a te e poi il giorno dopo toccherà all’altro. Scompariremo, come è successo agli altri!” Afferrai Sandra per le braccia, scuotendola. “Capisci? Non ci è rimasto molto tempo, noi dobbiamo…”

Sandra cercò di divincolarsi dalla mia presa: “Lasciami, Alan, ti prego… mi spaventi… lasciami… lasciami…”

“Io e te, Sandra, io e te. Saremo i prossimi. Dobbiamo fare qualcosa, dobbiamo impedire…”

“Lasciami, ti prego, lasciami!!!” con uno strattone più violento degli altri si divincolò e si allontanò velocemente. A metà corridoio si volse a guardarmi e mi accorsi che piangeva. “Tu… tu mi spaventi, Alan!” disse prima di scappare via. La guardai andar via con la terribile sensazione che non l’avrei mai più rivista.

La porta dell’infermeria si aprì dall’interno e sulla soglia apparve la dottoressa Russell con una siringa ipospray in mano. “Che sta succedendo qui?” chiese. “Ho sentito delle urla”.

“Io… io sto bene, dottoressa. Va tutto bene”, risposi.

“Forse sarà meglio che le somministri un sedativo, Alan. Lo dico per il suo bene.”

“No! No, dottoressa la prego. La scongiuro, no! Le prometto che starò buono in infermeria per tutto il tempo che vorrà, non darò fastidio a nessuno. Solo mi lasci la possibilità di stare sveglio… io… io lo apprezzerei molto”, conclusi. Non credo che avrebbe capito l’importanza che davo al desiderio di lasciare una testimonianza scritta di tutto quello che era successo.

La dottoressa mi guardò a lungo, mentre mi stendevo su un bioletto di una stanza secondaria dell’infermeria, segno che la dottoressa non aveva nessuna intenzione di lasciarmi andare tanto presto. “Va bene, Alan, voglio fidarmi di lei. Ma alla prima che mi fa…”

“Starò buono, dottoressa, gliel’ho promesso. Le chiedo solo una cosa: carta e penna. Io… è per ingannare il tempo, visto che dovrò rimanere qui per un po’ di tempo”.

“Carta e penna?”

“Sì, dottoressa, la prego”, incalzai.

“Beh, non dovrebbero farle male”.

“Grazie, dottoressa, grazie”, le dissi con sincera gratitudine.

“Non mi ringrazi ancora, Alan. Si conservi i ringraziamenti per quando riuscirò a capire che cosa le sta succedendo”, disse infine, collegando degli elettrodi alla tempie e alla base del collo ed avviando il computer.

Pochi minuti dopo cominciai a scrivere questo resoconto, il resoconto di questi tre ultimi giorni. Non sono uno scrittore professionista e mi ci è voluta tutta la notte per scriverlo, rileggerlo, correggerlo, aggiungere le cose che avevo omesso. Ora è quasi l’alba, sono solo in infermeria e sono stanco morto ma almeno… almeno sono ancora qui, il che significa che Sandra, forse la povera Sandra… non è stata altrettanto fortun…

 

A un giorno dalla fine

Tony Cellini entrò nell’infermeria della Base Lunare Alpha ancora prima che prendesse servizio il turno di giorno. Aveva intenzione di parlare con Alan Carter e voleva il minor numero di testimoni possibili. Del resto, quella notte aveva dormito poco e male, pensando e ripensando all’incredibile racconto che il comandante, la sera prima, gli aveva fatto andandolo a trovare nel suo alloggio. Carter è impazzito, era il succo del discorso. Stentava a crederci, non poteva crederci. E, in effetti, non ci credeva affatto.

L’infermeria era deserta. Non c’erano malati e non si vedevano in giro neanche le infermiere notturne. Passò in rassegna rapidamente i locali secondari, finché non trovò quello che stava cercando.

Entrò e si concesse un momento per apprezzare lo spettacolo. Alan Carter giaceva, vestito, sul lettino, sommerso da una montagna di fogli di carta scritti con una calligrafia minuta e disordinata, pieni di aggiunte a margine e cancellazioni. Aveva la bocca aperta e russava pesantemente. Nella mano destra stringeva ancora una penna e alcuni elettrodi collegavano le terminazioni nervose principali della sua testa con il computer, che contribuiva al quadro sonoro con un ronzio pacato e sommesso.

Cellini ridacchiò. “Scrivi le tue prigioni?” disse ad alta voce.

Carter sobbalzò, sorpreso, causando la caduta di una considerevole parte dei fogli di carta dai quali era quasi coperto. “Tony!” esclamò. “Che mi venga un…”

“Non lo dire, che poi ti viene sul serio”, rispose Cellini. “Che… accidenti stai facendo, Alan?”

Solo allora Carter si rese conto che stringeva ancora un foglio in una mano e una penna dell’altra. Un attimo dopo si rese anche conto della fine che avevano fatto buona parte degli altri fogli. “Io… è una lunga storia, Tony, aiutami a raccoglierli…”

Cellini si chinò e raccolse i fogli, che erano caduti in terra, mentre Carter si occupava di recuperare quelli che stavano ancora sparsi disordinatamente sul letto. Alla fine prese quelli che Cellini gli porgeva e cominciò a metterli nel giusto ordine.

“Grazie, Tony”, disse. “Non stare lì impalato, prendi una sedia e fammi un po’ di compagnia. Io… io devo rimanere qui, per un po’”, concluse con una nota di amarezza nella voce.

“Già, lo so”, rispose Cellini, accostando una sedia. “Non indovinerai mai chi è venuto a trovarmi ieri sera…”

“Vuoi raccontarmi della tua ultima conquista, Tony?”

“Non proprio… Il comandante non è il mio tipo”, rispose ammiccando.

“Il comandante? Il comandante ti è venuto a trovare nel tuo alloggio?”

“Già”, continuò Cellini, annuendo. “Mi ha raccontato una storia incredibile, una vicenda che a quanto pare ti vede protagonista…”

“Non è una storia, è…” si interruppe, colpito da un pensiero improvviso. “Tony… aspetta, dimmi una cosa, io… io non ricordo, in questo momento: come si chiama la ragazza a capo della sezione di analisi dati?”

“Tanya? Tanya Alexander? Vecchio mandrillo dello spazio che non sei altro e poi sarei io quello che fa le conquiste…” scherzò Cellini.

“Tanya Alexander… Tanya Alexander… io… oh, mio Dio… io lo sapevo, lo sapevo!!!” piagnucolò Carter.

Cellini divenne improvvisamente serio. “Chi avrebbe dovuto esserci?” chiese semplicemente.

Carter si girò verso di lui, meravigliato da quella domanda. “Si chiamava Sandra. Sandra Benes. Una ragazza adorabile, che tu ovviamente non hai mai visto né sentito.”

“Benes? No, in effetti no. Ma ascoltami, Alan. Ieri il comandante mi è venuto a dire proprio questo, che tu farneticheresti di due Alphani che sono improvvisamente scomparsi, un certo professor Victor Bergman e addirittura il vicecomandante Paul Morov”.

“Morrow”, lo corresse Alan. “Ora puoi aggiungere all’elenco anche Sandra Benes.”

“Questa il comandante non l’ha nominata”, disse Cellini, pensieroso.

“Quando è venuto da te, il comandante? Ieri sera? Ieri Sandra c’era ancora. Io stesso ho parlato con lei un attimo prima di entrare qui dentro. Ne sparisce uno al giorno, Tony, uno al giorno. Ha cominciato Victor, la mattina di due giorni fa; poi è stata la volta di Paul, ieri mattina. E ora… ora Sandra.”

Cellini annuì di nuovo. “Questa Sandra… era con voi nella missione sul pianeta?”

Carter si scosse, guardandolo ancora più sorpreso. “Sì! Sì, certo!” esclamò. “Eravamo in quattro, io e i tre che sono scomparsi!”

“Il comandante mi ha parlato di questa missione, ma mi ha detto che in realtà lui aveva mandato solo te, a raccogliere quei dati.”

“E invece eravamo in quattro… Dimmi un’altra cosa, Tony. Quanti erano gli Alphani al momento della separazione?”

“Al momento della separazione, dici? Uhm… Trecento e otto, se non erro”.

“Trecentoundici, Tony, trecentoundici. Mancano i tre che ti ho detto. Scomparsi, semplicemente cancellati dall’esistenza, come se non fossero mai nati. E domani toccherà a me, e gli Alphani sopravvissuti alla separazione diventeranno trecentosette. Per questo ho scritto tutto questo, Tony”, disse, agitandogli sotto al naso la pila di fogli di carta, “per lasciare una prova tangibile, una testimonianza della mia vita e di tutta la storia. E’ tutto scritto qui, tutto quanto. Ora devo scrivere anche la parte di Sandra, mi ero addormentato un attimo prima che tu entrassi ma ora…”

“Aspetta un attimo, Alan, per scrivere c’è tempo. Il comandante ieri mi ha chiesto di venire a farti visita, di cercare di capire che cosa ti sta succedendo. Solo che io… io…”

“Tu?” chiese Carter. “Tu cosa?”

“Vedi, Alan, io ho promesso al comandante che sarei venuto e infatti sono qui. Ma non per i motivi che mi ha detto lui. Io sono qui perché ho fiducia in te e voglio aiutarti. E anche se quello che dici mi sembra tutto assurdo, io sono convinto che in questa storia hai ragione tu, Alan. Io ti credo.”

Carter non rispose, ma prese gli avambracci di Cellini e li strinse tra le mani con forza. Cellini fece lo stesso e i due amici rimasero così, per un po’, guardandosi negli occhi, immobili in quello strano abbraccio silenzioso.

“Non so dirti quanto questo sia importante per me, Tony”, disse infine Carter. “Qui tutti credono che sia pazzo. Ancora un po’ e mi sarei convinto di esserlo davvero!”

“Già, so cosa si prova...” disse Cellini amaramente. “Io ho vissuto un’esperienza simile, so cosa significa raccontare una versione dei fatti quando tutto… tutto quanto… anche i computer… tutto complotta per dimostrare il contrario di quello che dici. E so anche che là fuori ci si imbatte alle volte in fenomeni inspiegabili per la nostra scienza e quando capita e c’è un solo testimone della verità… allora per gli altri è più semplice pensare che tu sia impazzito piuttosto che anche solo prendere in considerazione l’ipotesi che ci sia qualcos’altro, qualcosa che sfugge alla tua comprensione, qualcosa che non si può dimostrare con le formule e i teoremi quanto piuttosto con la fiducia. La fiducia, Alan! Io… io credo a quello che dici e voglio trovare una spiegazione. Voglio capire perché io non ricordo questa Sandra e tu sì, e perché anche il computer sostiene che Victor Bergman non sia mai esistito su Alpha mentre tu ricordi benissimo di lui. Io ti credo e voglio aiutarti a trovare la verità e chissà che poi un giorno anche io non riesca a fare altrettanto.”

“Non ti seguo, Tony. A che alludi?” chiese Carter all’amico affranto. “C’entra una donna, di’ la verità…” disse ancora, per sdrammatizzare.

“Sì… c’entra anche una donna… si chiama… si chiamava Monique…” Cellini si scosse. “Un giorno ti racconterò tutta la storia, Alan, ma non oggi, oggi abbiamo ben altro da fare. Se quello che dici è giusto non ti resta molto tempo e noi dobbiamo venire a capo di questa faccenda ora!”

“Dici bene, tu”, rispose Carter. “Ma come? Cosa possiamo fare?”

“Il pianeta, Alan, il pianeta! E’ il pianeta la chiave di tutto. Torniamo sul pianeta. C’è Aquila 7 sulla rampa numero tre, già pronta per il decollo. Andiamo! Ora, subito, non c’è tempo per le discussioni. La Luna si sta già allontanando dal pianeta e tra non molto non sarà più a portata delle Aquile. Non abbiamo un secondo da perdere. Dobbiamo andare e capire che sta succedendo.”

“Sul pianeta? Ma, Tony, non c’è niente su quel pianeta, io ci sono stato!”

“Svegliati Alan, per l’amor del cielo, svegliati! Tu credi che non ci sia niente su quel pianeta! Proprio come io credo che non ci sia nessuna Sandra Benes! Ma chi te lo ha detto che lassù non c’è niente?”

“Ma… i computer…” balbettò Carter.

“Gli stessi computer che hanno detto che Victor Bergman non esiste?” incalzò Cellini.

Un lampo di comprensione attraversò gli occhi di Alan Carter. “Accidenti”, esclamò. “E’ vero… Ma allora…”

“Allora è tempo di muoversi, Alan. Lascia qui tutte le tue carte e andiamo!”

Carter non se lo fece ripetere due volte. Balzò dal letto, strappandosi i sensori dalla testa e facendo risuonare un segnale d’allarme in tutta l’infermeria. Quindi seguì Tony Cellini che stava già uscendo dalla porta. Stava per imboccarla anche lui quando la dottoressa Russell uscì dal suo ufficio sorprendendolo. “Alan!” lo richiamò.

“Io… mi spiace, dottoressa, ma ora non ho il tempo di spiegarle”, rispose Carter uscendo di corsa.

La dottoressa prese il commlock tra le mani, attivandolo. “Dottor Russell a sicurezza”, disse.

Qui sicurezza. Dica, dottoressa, che succede?” rispose la voce di Tony Verdeschi dal piccolo display dello strumento.

“Alan Carter ha appena lasciato il Centro Medico, Tony. Senza autorizzazione.”

“Bene dottoressa. Provvedo subito.”

Nel frattempo, Alan Carter aveva raggiunto Tony Cellini che si era fermato ad aspettarlo, diretto verso la rampa numero 3. Nella foga della corsa lo travolse letteralmente, mandandolo lungo disteso sul pavimento. “Tony!” disse.

“Vai, Alan, vai. Vengo subito,” rispose Cellini che stava già rimettendosi in piedi.

In quel momento il volto di Tony Verdeschi comparve in tutti i monitor dei commpost agli incroci dei corridoi. “Attenzione, a tutte le sezioni di Alpha, allarme di sicurezza. Alan Carter ha lasciato l’infermeria senza autorizzazione. Deve essere fermato prima che possa nuocere a sé stesso e agli altri. Ripeto. Alan Carter…”

Sentire il proprio nome mise le ali ai piedi di Carter che cominciò a correre ancora più veloce, distanziando Cellini. Girato un angolo dovette però fermarsi di colpo: gli agenti della sicurezza Irwin e N’Dole lo braccavano dall’altra parte. Irwin poggiò la mano destra sulla fondina della sua pistola laser.

“Carter”, intimò N’Dole. “Si fermi. Si metta in ginocchio per terra con le mani dietro la testa!”

In quel momento comparve anche Cellini che con uno sguardo colse immediatamente la situazione. Carter si volse alle proprie spalle per guardarlo.

“Alan, non fare sciocchezze, ti prego”, disse Cellini avanzando, spalle alla parete, verso i due uomini armati in manica viola. “Non opporre resistenza, sarebbe solo peggio per te”.

Ormai Cellini si era portato piano piano dalla parte dei due uomini della sicurezza e ora dava loro le spalle, fronteggiando Carter. Improvvisamente ammiccò con l’occhio sinistro e, pochi istanti dopo, si buttò violentemente all’indietro contro il povero Irwin che, preso alla sprovvista, rovinò al suolo, colpito allo stomaco da una gomitata ben piazzata. Carter, che aveva compreso le intenzioni dell’amico, approfittò del momento di distrazione di N’Dole avventandosi contro di lui e mandandolo a inciampare contro il corpo del suo collega e quindi anche lui al suolo. I due uomini della sicurezza, intontiti e doloranti, rimasero a terra, mentre Carter e Cellini si rialzarono subito e, veloci come fulmini, ripresero la loro corsa disperata verso la rampa di lancio numero 3.

Poco dopo, i potenti motori di Aquila 7 produssero una nuvola di fumo e polveri, mentre l’astronave di alzava lentamente dal suolo lunare. All’interno dell’abitacolo, Tony Cellini eseguiva le manovre di decollo mentre Alan Carter, seduto al posto del copilota, stava ancora assicurando le cinture di sicurezza. Un attimo dopo, il muso dell’astronave era diretto verso il pianeta che la Luna aveva già superato da tempo. Cellini diede piena potenza ai motori, poi avviò anche i booster supplementari di cui Aquila 7 era dotata. L’enorme potenza dei booster, piazzati sulla parte superiore dell’Aquila, si sommò a quella dei motori tradizionali e fece schizzare l’Aquila in avanti, spinta da una forza di accelerazione enorme.

“Addirittura i booster”, disse Carter. “Hai fretta di arrivare?”

“Diciamo che probabilmente avrò fretta di andare via”, rispose Cellini con un mezzo sorriso. Comunque abbiamo poco tempo e i booster ci permetteranno anche di prendere un bel vantaggio, se Koenig deciderà di mandarci dietro i suoi segugi.”

“Hai pensato a tutto”, disse Carter, ammirato.

“Già, speriamo”, rispose Cellini. “E se il comandante vorrà prendere un’altra Aquila con i booster… dovrà montarli, prima e perderà tempo. Nel frattempo noi saremo già arrivati.”

Un cicalino di chiamata risuonò nell’abitacolo. La base Alpha chiamava i due fuggitivi.

“Non rispondere, Alan. E’ inutile, tanto non torneremo indietro. Piuttosto, mettiti comodo e raccontami per filo e per segno della missione originaria. Cosa avete fatto, dove siete stati, cosa avete visto… tutto. Non omettere nulla.”

“C’è ben poco da dire, Tony, in verità”, rispose Carter. “Siamo andati con Aquila 4 e ci siamo fermati in orbita dove abbiamo raccolto dati geologici e morfologici sul pianeta. Il professor Bergman e Sandra erano estremamente colpiti dalla curiosa composizione del pianeta: pare che ci sia solo silicio, là sopra. Il professore sosteneva che questo è anomalo perché ogni pianeta deve avere un nucleo interno più duro, metallico nella maggior parte dei casi.”

Cellini annuì. “Già, in effetti un pianeta così omogeneo non si è mai visto. Ma continua pure, dopo cosa avete fatto?”

“Il professore voleva vederci chiaro e mi ha chiesto di entrare nell’atmosfera. Siamo scesi in una specie di radura tra enormi pinnacoli di roccia, ma non siamo atterrati. Siamo rimasti fermi a mezz’aria, così, a guardare il panorama. Era praticamente un deserto, con poche e sporadiche tracce di vegetazione”.

“Vegetazione?” chiese Cellini. “Ma non era tutto solo silicio?”

“Beh, sì, ma le tracce di vegetazione erano assai scarse, probabilmente la percentuale complessiva, rispetto alla massa del pianeta, è del tutto trascurabile. Comunque il professore era molto interessato a quei pochi arbusti, li ha definiti ‘anomali’. Ricordo che c’era una strana pianta con degli steli sottilissimi, quasi filiformi, e poi una larga foglia di un colore azzurro intenso”.

“Foglie azzurre? E verdi no?” chiese ancora Cellini.

“Beh, in effetti sì, ora che mi ci fai pensare. Ce n’era una… una pianta piccolissima, più avanti. E anche covoni di sterpaglie portati dal vento. Cose così”, rispose Carter.

“E il professore ti sembrava soddisfatto? Aveva trovato risposta ai suoi dubbi?” insisté Cellini.

“Mah, in realtà non saprei. Dopo aver visto quelle piante mi ha detto che potevamo tornare su Alpha e che c’era qualcosa di cui voleva parlare con la dottoressa Russell. Non ha potuto farlo, però, quando siamo tornati erano già tutti a dormire e il giorno dopo… senti una cosa, Tony, ma che c’entra tutto questo con le loro sparizioni?”

Cellini alzò le spalle. “Non lo so, Alan, non ancora almeno. Ma sono sicuro che è importante. Dimmi una cosa, saresti in grado di portarci esattamente lì? Dove avete visto quelle piante?”

“Certo!” esclamò Carter. “Sono un pilota anche io, cosa credi?”, disse, prendendo il comando dell’Aquila e dando un’ulteriore spinta di accelerazione.

“Aquila 7 non risponde”, disse Tony Verdeschi. “Che facciamo comandante? Li seguiamo?”

“E’ confermata la rotta?” chiese Koenig.

“Sì, comandante. L’Aquila è diretta verso il quarto pianeta. A tutta birra.”

Koenig sospirò, pensieroso. “Lasciamolo andare, Tony. Danni non ne può fare. Non so cosa vuole dimostrare con questo… atteggiamento, ma andargli dietro non ha senso. Qui dovrà tornare, prima o poi, e non può metterci neanche tanto. Con questo ritmo di allontanamento dal pianeta saremo fuori portata tra poche ore”.

“Bene”, confermò Verdeschi. “Aspettiamo, allora”, disse mettendosi più comodo sulla sedia.

Poco dopo, l’Aquila 7 entrò nell’atmosfera del pianeta, facendosi largo tra gli enormi pinnacoli di roccia.

“Bello, non è vero?” disse Carter.

Cellini era impressionato. “E’… è…” disse cercando la parola giusta, che non trovò. “E’ proprio…”

“Sì, la prima volta tende a fare questo effetto. Ecco comunque, era qui che siamo scesi. Ed ecco laggiù quella famosa pianta azzurra.”

“La vedo”, disse Cellini. “E l’altra? Quella con le foglie verdi?”

“Quella era un po’ più avanti”, rispose Carter manovrando l’astronave. “Eccola laggiù!”

Sotto l’astronave, un piccolo e rachitico rampicante con qualche fogliolina verde sembrava sfidare l’assurdità della superficie del pianeta.

“Scendi, Alan”, disse Cellini. “Scendile vicino, voglio vederla meglio.”

“Scendere? Vuoi scendere sul pianeta?” chiese Carter, incredulo.

“Sono venuto qui per questo, Alan”, rispose Cellini. “Scendi.”

Lentamente l’astronave si posò sul suolo desertico e inospitale del pianeta, sollevando una impressionante nuvola di polvere rossastra.

“E adesso andiamo!” disse Cellini quando la manovra fu completata, liberandosi dalle cinture di sicurezza e cominciando a indossare la tuta spaziale. “Le letture sull’atmosfera dicono azoto e ammoniaca, solo che…”

“Solo che?” chiese Carter, che aveva cominciato a prepararsi a sua volta.

“Che ci fa una pianta a foglie verdi in una atmosfera priva di ossigeno?” rimarcò Cellini. “E’ impossibile!”

Quando i due furono pronti, Cellini aprì il portello dell’Aquila e i due uscirono fuori, poggiando per la prima volta i piedi sulla superficie dell’inospitale pianeta. Cellini si diresse senza esitazione verso la pianta.

“Impossibile?” chiese Carter attraverso la radio a onde corte montata nei caschi delle tute spaziali. “Perché impossibile? E’ solo una stupida pianta!”

“Già, una stupida pianta che per vivere ha bisogno di acqua, Alan. E il computer non ha segnalato presenza di acqua di sorta mentre dovrebbe essere in grado di rivelarne anche quantità minime. E poi il verde delle piante è dato dalla clorofilla e la clorofilla sotto l’azione della luce e del calore trasforma l’anidride carbonica in ossigeno. Ma il computer non rivela neanche la presenza di ossigeno. Se le cose stanno così questa pianta”, disse prendendone una foglia tra le mani, “è una assurdità scientifica!”

“Ma allora… vuoi dire che c’è ossigeno qui?”

“Voglio dire che quello che dicono i computer in questa storia non mi convince affatto, Alan. E poi il professore aveva ragione, i pianeti hanno bisogno di un nucleo più denso. Non può esistere un pianeta così, Alan!”

“Ma Tony”, insistette Alan, “il computer non può sbagliare in questo modo. Non può omettere di segnalare acqua e ossigeno, se ci sono!”

Cellini divenne improvvisamente molto serio e si voltò verso il compagno, guardandolo dritto negli occhi attraverso le visiere dei due caschi. “Credimi Alan. Io lo so per certo. I computer possono omettere di segnalare qualcosa che invece c’è, e come se c’è.” Fece una pausa. “Comunque così perdiamo tempo, c’è un solo modo per essere sicuri”, concluse portandosi una mano alla visiera con un gesto inequivocabile.

“No, Tony, fermo”, disse Alan perentoriamente. “Questo non posso permettertelo. Tu… tu hai già fatto tanto per me e ti sei già compromesso abbastanza. Questa storia… tutta questa storia assurda l’ho raccontata io, non tu. Se qualcuno deve correre questo rischio per dimostrare la verità quello devo essere io”, concluse.

“Bene Alan, d’accordo. Vai tranquillo. Comunque io aspetterò e nel caso dovessi avere problemi o perdere i sensi potrò riportarti sull’Aquila dove ho tutti gli strumenti per rianimarti.”

Carter respirò profondamente due o tre volte. Poi lentamente e un po’ goffamente sollevò la visiera. Per un po’ trattenne il fiato, poi cominciò a respirare, dapprima timidamente, poi via via con respiri più profondi. “Che mi venga un colpo!” disse ridendo. “Aria! C’è aria, qui! E’ un po’… muffita, ma c’è ossigeno!”

“Già…” disse Cellini, che si stava a sua volta levando il casco. “Ho idea che questo pianeta abbia appena cominciato a rivelare i suoi segreti!”

“Accidenti, mi sembra incredibile… e dici che erano queste le stranezze a cui alludeva il professore?” chiese Carter.

“E’ più che probabile…” rispose Cellini, guardando oltre la spalla del compagno. “Di’ un po’, Alan, ma quella specie di strana caverna laggiù c’era anche prima?”

Carter si voltò a guardare nella direzione indicata da Cellini. “E’ la prima volta che la vedo!” esclamò, sorpreso.

“Andiamo!” replicò Cellini, incamminandosi verso l’apertura nella roccia, ma Carter si era già messo in marcia.

“Ma questa non è naturale!” constatò Carter, esaminando l’apertura. “E qui… questo è un corridoio! Tony, c’è un corridoio qui dentro!”

“Prudenza, Alan”, lo ammonì Cellini, impugnando la pistola laser. “Smetti di pensare a questo pianeta come ad un innocuo sasso nello spazio. C’è ben altro qui…” disse, procedendo cautamente nel corridoio.

Carter si armò a sua volta e i due procedettero così per un po’, scendendo più in profondità e seguendo il corridoio, che sembrava sempre meno naturale. Ben presto la luce naturale dell’esterno cominciò ad essere sostituita da una illuminazione evidentemente artificialmente e le pareti di quando in quando cominciarono ad essere rivestite da una superficie traslucida simile al metallo. Poi su entrambi i lati del corridoio cominciarono ad aprirsi delle camere laterali, piccole stanze con le pareti di roccia chiuse sul corridoio da una superficie trasparente, apparentemente durissima.

“Sembrano… sembrano gabbie!” disse Carter, toccando la superficie trasparente.

“Già… gabbie… gabbie vuote”, gli fece eco Cellini. “Alan! Laggiù!”

La gabbia in fondo al corridoio non era vuota. Una figura umana batteva i pugni contro la superficie di plastica che la richiudeva, ma all’esterno non si udiva alcun rumore. All’interno della camera, altre due figure era sedute in un angolo.

“Professore!” urlò Carter. “E’ il professor Bergman, Tony. E quelli sono Paul e Sandra! Sono qui, sono salvi!” l’astronauta corse verso di loro.

I due Alphani si alzarono e si avvicinarono alla parete di plastica. Tutti e tre parlavano e urlavano concitatamente, ma ancora all’esterno non si udiva alcun suono: comunque le loro facce erano felici e sembravano star bene.

“Professore! Paul, Sandra!!! State bene? Rispondete, come siete arrivati qui?” chiese Carter.

Dall’interno i tre continuavano a parlare e battere i pugni contro la parete trasparente ma neanche la più piccola vibrazione si propagava all’esterno. “E’ inutile, Alan. Non credo che possano sentirti”, disse Cellini con un tono di voce estremamente serio. “E poi credo che abbiamo un altro problema”.

Carter si volse. “Problema? Che probl…” cominciò a dire, poi si interruppe bruscamente.

Due figure aliene erano sbucate improvvisamente dal nulla e li osservavano. I nuovi arrivati non erano molto alti, indossavano una semplice veste turchese che arrivava fino al suolo e al collo avevano una specie di medaglione con una pietra centrale scura. Rispetto alla modesta statura, la testa era enorme, con le dimensioni dell’occipite assolutamente sproporzionate rispetto al collo e al tronco. Erano completamente calvi e numerosissime piccole vene pulsavano sull’intera superficie dell’enorme cranio. Gli occhi erano grandi e incavati, apparivano vigili ed estremamente intelligenti. Le orecchie erano piccole e tonde e piccolo era anche il naso. La bocca era minuscola, solo una sottile apertura quasi del tutto priva di labbra che sembrava come atrofizzata.

‘Ecco altri due esemplari.’

Nessuno dei due alieni aveva parlato, ma la voce era risuonata chiaramente nella mente dei due Alphani, che avevano inteso perfettamente ogni parola. I due alieni erano immobili, gli occhi fissi sugli Alphani, le vene che pulsavano continuamente. Carter e Cellini si guardarono allibiti, le armi spianate contro gli alieni.

‘Sono venuti spontaneamente. Osserva i loro abiti, pensavano che questo mondo fosse inospitale ma poi hanno capito’, disse l’altro alieno, sempre telepaticamente.

‘Denota una forma primitiva di intelligenza’, disse nuovamente la prima voce.

“Fermi dove siete, capoccioni!” ringhiò Carter, minacciosamente.

‘Osserva quest’esemplare. Sembra volerci intimorire.’

‘Tra poco comincerà a minacciarci e a decantare le capacità della sua arma primitiva. Un atteggiamento tipico di una razza inferiore.’

Carter guardò la pistola laser imbarazzato. “Chi siete? Che posto è questo?” chiese invece Cellini, più pacatamente.

‘Questo posto è il nostro mondo’, rispose il primo alieno. ‘Il quarto pianeta del sistema stellare di Talos. Noi siamo originari di qui.’

“Originari? Nel senso che… avete sempre vissuto qui?” chiese ancora Cellini, sorpreso.

‘Questo mondo non è sempre stato come lo vedete ora’, spiegò la seconda voce. ‘Un tempo la nostra razza viveva sulla superficie. Poi una terribile guerra nucleare ha costretto i pochi individui sopravvissuti ad andare a vivere nel sottosuolo. Da allora abbiamo sempre vissuto qui, in queste città sotterranee costruite dai nostri antenati.’

“I nostri compagni… perché li avete rapiti?” chiese Carter.

‘Siamo un popolo di scienziati ed esploratori. Abbiamo il dovere di studiare le altre razze per selezionare quelle più adatte a ripopolare il nostro mondo.’

“Ma come… come avete fatto?” chiese ancora Carter. “Come li avete portati fin qui e come avete fatto a cancellarli nei ricordi di tutti?”

‘Con il potere della mente’, disse il secondo Talosiano avanzando di un passo. ‘La millenaria evoluzione di quella che voi chiamereste telecinesi. Ovviamente è molto più complesso di quanto questa vostro termine inefficace può esprimere o di quanto voi possiate capire. Possiamo trasportare quello che vogliamo e possiamo facilmente influenzare le menti inferiori facendo loro credere quello che riteniamo opportuno. Voi forse le chiamereste… illusioni.’

“Illusioni? E con le illusioni avreste ingannato anche i computer?” chiese Cellini, scettico.

‘Le vostre macchine primitive sono ancora più facili da controllare delle vostre menti’, disse ancora l’alieno. ‘Inoltre con le illusioni è facile influenzarvi per farvi premere dei tasti invece di altri o per farvi interpretare un dato in un modo piuttosto che in un altro.’

“Ma come pensavate di mantenere il vostro potere mentale su di noi? Non avreste certo potuto continuare così all’infinito!” rincarò Cellini.

‘Sappiamo che non avete alcun controllo sulla traiettoria del corpo celeste sul quale vivete. Presto il nostro pianeta sarebbe stato al di fuori dalla portata dei vostri velivoli. Allora avremmo interrotto il nostro controllo telepatico sulla vostra gente, ma sarebbe stato troppo tardi per voi.’

“Ed io?” chiese Carter. “Perché con me non ha funzionato? Perché io ho sempre ricordato tutto?”

‘Faceva parte del nostro esperimento e dello studio della vostra razza’, disse il primo Talosiano. ‘Eravamo anche interessati a capire come vi sareste comportati in presenza di un’anomalia comportamentale.’

‘Il nostro modello prevedeva che, senza ombra di dubbio, il soggetto alla fine avrebbe ceduto, finendo col convincersi di essere impazzito’, aggiunse l’altro alieno. ‘In effetti qualcosa ha interferito nelle previsioni ma non abbiamo ancora compreso qual è stato l’errore, che cosa non abbiamo considerato.’

Carter e Cellini si guardarono negli occhi, avvicinandosi istintivamente l’uno all’altro. “Non avete considerato la potenza dei sentimenti”, disse Carter. “La capacità di credere oltre ogni illusione, il potere della fiducia nel prossimo, dell’amicizia e dell’amore. Cose che vanno ben oltre le apparenze delle vostre… illusioni!”

Anche i due Talosiani si guardarono a vicenda. ‘Questi concetti non hanno alcun significato per noi’, disse il primo. ‘Ma in questi giorni vi abbiamo studiato molto a lungo, sappiamo che siete una razza volitiva e particolarmente interessante. Sappiamo anche che siete alla ricerca di una nuova casa, un nuovo mondo dove potervi stabilire. Potete venire sulla superficie di questo pianeta, se lo desiderate.’

“Venire qui?” disse Carter. “Vivere su questo orribile pianeta?”

‘Se la superficie del nostro mondo non è di vostro gradimento possiamo abbellirla facendo comparire ogni sorta di pianta da fiore e da frutta’, disse il secondo alieno.

“E dovremmo vivere per tutta la vita nella vostra gabbia dorata?” ringhiò Carter. “Come delle bestie in un recinto per animali mentre voi studiate il nostro comportamento e i nostri sentimenti? Voi sopravvalutate di molto la vostra intelligenza se pensate davvero che potremmo accettare una proposta così!”

I due Talosiani si guardarono ancora negli occhi.

“Liberateli!” ordinò Cellini muovendo minacciosamente la pistola laser verso i due alieni. “Liberate i nostri compagni da quella… gabbia!”

‘Ma loro sono liberi’, disse il primo alieno. ‘Non c’è assolutamente nulla tra loro e noi. Sono sempre stati liberi, hanno solo creduto di essere in gabbia.’

Fu come se un vaso di pandora fosse esploso. Improvvisamente la caverna echeggiò delle grida e dalle voci dei tre Alphani. Paul cadde al suolo, spinto dall’impeto con il quale stava tempestando di pugni e spallate la parete immaginaria. Cellini si portò una mano alla tempia: la barriera di illusioni era caduta anche nella sua mente.

“Alan! Sia ringraziato il cielo!” disse il professor Bergman, mentre Carter aiutava Paul a rialzarsi e restituiva l’abbraccio di Sandra.

“Sandra! Stai bene?” chiese. La ragazza annuì, poi l’istinto di protezione ebbe la meglio e Alan fece un passo avanti interponendosi tra i compagni e i Talosiani.

“Ci lascerete andare?” disse ancora Carter, sperando di non dover ricorrere alle maniere forti.

‘Non sapevamo che la vostra razza fosse così restia alla più piccola costrizione’, disse il primo Talosiano, ‘ma lo abbiamo capito studiandovi. Siete liberi di andare, se non volete rimanere qui.’

Tempo dopo, Aquila 7 si poggiò delicatamente sulla rampa di lancio numero 2 e il tubo telescopico si mosse velocemente per agganciare il modulo passeggeri. All’interno della sala di attesa, il comandante John Koenig aspettava impazientemente che l’equipaggio sbarcasse.

“Victor!” esclamò il comandante andando incontro al professore, che fu il primo a sbarcare davanti a Paul, Sandra e Tony Cellini. “Tony? E tu che cosa ci fai qui? Io avevo mandato Carter con loro ad esplorare il pianeta!”

Cellini fece un passo avanti. “E’ una lunga storia, John. Una lunga storia che ha per protagonista il nostro grande capitano Carter.”

“Carter? Ma dov’è?” chiese il comandante.

Tutti si volsero a cercare con lo sguardo Alan Carter, che però non era lì con loro. “Non ti preoccupare, John”, disse ancora Cellini, “vedrai che il buon vecchio Alan salterà fuori, prima o poi”.

“Sì, John”, intervenne il professor Bergman, che non stava più nella pelle. “E’ una storia davvero incredibile. Devi sapere che su quel pianeta…”

I cinque si allontanarono portando via quasi di peso il comandante Koenig, allontanandosi dal tubo telescopico e dall’Aquila. All’interno dell’astronave, ancora nella cabina di pilotaggio, il capitano Alan Carter stava dormendo profondamente.

 

Epilogo

Ha parlato di fiducia’, disse una voce senza emettere alcun suono.

’, fece eco una seconda voce altrettanto silenziosa. ‘E ha parlato anche di amicizia e di amore.

Questi concetti non hanno alcun senso.

Ne hanno per loro. Il nostro modello ha fallito. In futuro dovremo portarli in conto se vorremo continuare il Progetto.

Ma allora dovremo prima comprenderli…’ disse la prima voce.

Sì, in futuro dovremo studiarli, studiarli ancora’, rispose la seconda voce sperduta nell’immensità del cosmo.

 

Fine
Ra
cconto © 2006 di Marco Vittorini.